la Repubblica, 11 novembre 2018
Il problema non è Mourinho ma certi cori negli stadi
Come Manlio Scopigno che tutto si sarebbe aspettato in vita ma non vedere Niccolai in mondovisione, mai mi sarei aspettato di trovarmi a difendere José Mourinho. Be’, difendere è una parola grossa. E poi lo Specialone è in grado di difendersi da solo, per il suo ego è il massimo. Potrei cavarmela dicendo che sono d’accordo con Ancelotti, che ha valutato la faccenda con buon senso e molto opportunamente (7,5) ha allargato il discorso all’aria che si respira nei nostri stadi, alla cultura, o incultura, che li caratterizza. Mou è un duro che ne ha fatte di peggio: il gesto delle manette a San Siro, quello sì provocatorio, e un dito nell’occhio del povero Tito Vilanova, aggredendolo alle spalle, più numerosi attacchi verbali (a Ranieri, a Wenger, a Conte), che poteva evitare. Ma non è nel suo stile, ammesso che l’antisportività possa essere stile. A freddo, ha detto, avrebbe evitato il gesto di Torino (mano all’orecchio) ma l’ha compiuto a caldo e di questo parliamo. Il gesto non è volgare né offensivo. L’hanno fatto in tanti. Da Batistuta a Higuain, a Icardi. È una reazione (non obbligatoria) ai cori insultanti di uno stadio, o parte di stadio. È una forma di spavalderia: cantate, cantate, non mi fate male, non mi fate paura, non giocherò peggio perché colpito dai vostri cori. Ho il mio orgoglio, la mia dignità, non sono un coniglio. Mou non ce l’aveva con Allegri, che gli aveva impartito una lezione di calcio e non è colpa sua se davanti si mangiano tanti gol. Mou non ce l’aveva con la Juve, ma solo con quei tifosi che l’avevano bersagliato. Non merita una medaglia ma nemmeno il dibattito sul bon ton nel mondo del pallone, talvolta fatto da pulpiti non esemplari. Perfino Capello, che sembra freddo come un lord, arrivò a mostrare il dito medio teso ai tifosi del Real che lo contestavano. A me piace il calcio dei cuori, non quello dei cori. Voti: Mourinho 6, cori Torino 3. E, precisazione superflua, non mi piace Mourinho.
Dicono: ma un professionista è pagato anche per non reagire.Forse, se ci riesce. Ma parlare troppo di Mourinho equivale a parlare poco dei cori da stadio, che sono il vero problema. Ma il tifoso paga il biglietto, dicono. Forse, può anche darsi che li regali il club. In ogni caso, pagare il biglietto non include il diritto di insultare. Oggi si puniscono i cori razzisti e quelli di discriminazione territoriale (quasi tutti contro il Napoli).
Punizioni non sempre adeguate, mille cavilli per evitare squalifiche e multe. Se si parla di civiltà, è necessario sradicare l’incessante “figlio di puttana" che ha perseguitato Pagliuca, Materazzi, Mourinho è solo l’ultimo di una lista che continuerà all’infinito, se non c’è un deciso intervento. Basterebbe che questi cori, perfettamente udibili, fossero sanzionati come gli altri: prima delle belle multe, poi la squalifica.
Ci sono squadre che si organizzano perché tutto fili liscio. Il Psg, per esempio. Il Messaggero riporta ieri, riprendendo da Football Leaks, alcune regole del club. Dal 2014 in Francia è vietato multare i giocatori che tardano agli allenamenti o sbevazzano nelle ore piccole. Non so e non capisco perché, ammetto la mia ignoranza. Allora è stato inventato un “premio etico”, una sorta di decalogo. Chi sbaglia paga ma i soldi vengono stornati dal bonus. Il 15% dello stipendio mensile è legato a questa voce. Neymar riceve 375mila euro (mensile di 2,5 milioni di euro) se è “cortese, amabile e disponibile con i tifosi”, se si sente in dovere di “salutarli e ringraziarli prima e dopo ogni partita”, se “evita commenti negativi sul club”, se “non fa propaganda politica e religiosa”, se “risponde a tutte le interviste chieste dalla tv di Al Jazeera”, se “dà prova di fair play in campo”, se “non scommette su partite di calcio”, se “rispetta le regole fiscali”. In altre parole, gesti che possono fare spontaneamente anche calciatori normali e non ipervalutati come Neymar, vengono fatti per non perdere soldi. L’aggettivo “etico” pare molto stonato. E lascia dubbi: Neymar va sotto la curva per simpatia o per denaro? Come diceva quel re, Parigi val bene una messa. In scena.
Sull’ultimo Venerdì si parla di Vikash Dhorasoo. Stralcio da “Con il piede giusto”, la sua autobiografia: “Volevo giocare a calcio, anche se questo avrebbe potuto portarmi ad avere a che fare con uomini che la mia morale disapprova, o con cui non ho quasi nulla da spartire. Avrei giocato a calcio persino per la setta di Moon, in Corea del Sud, o addirittura per Berlusconi. Avrei potuto, sì. Meglio ancora: l’ho fatto”. Tipo bizzarro, Dhorasoo. Da giocatore aveva accettato la presidenza della prima squadra gay di Parigi e, al Mondiale 2006, aveva filmato i momenti-tabù, i discorsi e le prediche da spogliatoio, e le aveva inserite in un documentario. Colpa imperdonabile, questa. Da ex calciatore s’è dato al poker professionistico. Scrive che a Milanello Repubblica, che lui leggeva, non era ben vista. Pensa adesso, con Di Maio e Di Battista alla prima crociata. A quei tempi i comparuzzi non erano ancora entrati in politica e nessuno ne sentiva la mancanza. Altri tempi. Non che fossero bei tempi, ma insomma.