Robinson, 11 novembre 2018
Dio perdona a tutti, il primo romanzo di Pif
Scene di ordinaria umanità, nel cuore di Trastevere. «Ciao! Scusa se disturbo, sono una tua fan, ti vedo sempre alla tv. Posso stringerti la mano?». «Certo signora, eccomi. Anzi, mi dica, come sono dal vivo? Più bello?», ribatte ironico l’interlocutore. La donna, una turista sbarcata nella capitale dal profondo Nord, resta spiazzata dalla domanda: «Quasi...», risponde perplessa, tra le risate del destinatario.
Incontrare Piefrancesco Diliberto, in arte Pif, ai tavolini all’aperto di un caffè romano, tra lo struscio dei passanti, è anche questo. Ma non solo. Perché al di là delle battute lui, il più eclettico tra i personaggi dello showbiz – regista, sceneggiatore, attore, mattatore alla tv e alla radio – ha le idee molto chiare sulla sua “missione”: raccontare le grandi questioni del nostro presente «senza mai perdere la leggerezza», spiega, «che per me è l’unico approccio possibile al mondo. Il mio peggior incubo è annoiare. Ai funerali di Ettore Scola lo giurai: avrei tramandato la tradizione del cazzaro della commedia all’italiana». Un programma che si applica alla perfezione al suo primo romanzo,... che Dio perdona a tutti (Feltrinelli). Una storia lieve che inizia parlando d’amore – un agente immobiliare palermitano vuole conquistare la titolare di una pasticceria – e diventa poi un atto d’accusa contro l’ipocrisia di certo cattolicesimo, che spesso cova atteggiamenti anti-immigrati di stampo salviniano.
A proposito del ministro dell’Interno: lei recentemente ha postato video durissimi contro di lui, e guarda caso per il frontespizio del libro ha scelto una sua frase sui vescovi che non devono “rompere le palle ai sindaci”.
«È stato un caso, stavo cercando citazioni sul tema di Angelino Alfano e mi sono imbattuto in questa di Salvini. Ma non ce l’ho con lui personalmente: come tutti i candidati premier alle ultime politiche l’ho pure incontrato per il mio programma tv, è stato gentilissimo. È la contraddizione di fondo, comune anche a tanti cattolici, che non va: da un lato imporre il crocifisso, dall’altro sparare agli immigrati. Mettersi contro il ministro dell’Interno, specie per chi fa il mio lavoro, è quanto di più stupido si possa fare, ma cerco di essere coerente. Almeno un po’».
A quando risale la stesura del romanzo? Letto ora, è un perfetto manifesto delle contraddizioni del governo gialloverde.
«L’ho cominciato prima, due anni fa. Non è un libro contro questo governo, ma contro questa politica. Per esempio il fatto che se sei cattolico, nelle tue azioni deve esserci Cristo; altrimenti lascia stare il Vangelo».
Come nasce la storia?
«Avevo un soggetto per un film, più un’idea che altro, che però non ho sviluppato. Finché Feltrinelli non mi ha contattato e così l’ho ripescata. Portarla a termine è stato faticoso, mi sono detto che sarebbe stato il primo e ultimo romanzo, ma poi già me ne è venuto in mente un altro. Certe cose come regista sono troppo complicate o costose da mettere in pratica, su carta invece puoi dire “spunta un drago” e quello spunta».
Quando scrive, come bilancia impegno e ironia?
«Io comincio sempre buttando giù tante gag, poi faccio un po’ retromarcia e affronto questioni serie. Ma senza mai perdere la leggerezza».
In effetti all’inizio ci imbattiamo in un personaggio maschile che ricorda un po’ certi libri di Fabio Volo, ma a metà cambia tutto.
«Non avevo pensato all’accostamento con Volo, però ci sta, siamo della stessa generazione. Magari vendessi quanto lui! Già al cinema, ne La mafia uccide solo d’estate, avevo utilizzato la love story per andare da un’altra parte: credo si percepisca che in fondo della storia d’amore non me ne frega niente. Anche se qui rispetto al film sono stato un po’ più intimo».
E comunque adesso, dopo cinema e tv, entra a far parte di un’altra comunità: quella degli scrittori, spesso accusata di snobismo.
«Già al mio debutto nel cinema cercai di arrivare in punta di piedi, sarà così anche stavolta. La mia fortuna è che facendo varie cose insieme non ho mai il tempo di frequentare questo o quell’ambiente. Ma rivendico il mio diritto di passare da un campo all’altro».
Nell’era social cosa resta del fascino della forma libro?
«Così come il cinema, e al contrario di tv e web, resiste nel tempo».
È anche il mezzo espressivo che più si presta all’autobiografia?
«Questo romanzo in parte lo è. Anch’io ho avuto un’educazione cattolica media: diciamo una religione facile, in cui non si deve per forza essere coerenti o prendere posizione. Io al momento sono agnostico, però spero che Dio ci sia, tifo perché ci sia. Questo libro rappresenta un po’ un processo in direzione di questa idea».
Anche perché il suo messaggio è che ci resta solo papa Francesco...
«Sì, ormai c’è soltanto lui! Gliene ho anche parlato, in una udienza privata organizzata da Tv2000. Spero un giorno di riuscire a dargli il libro».
E a buttarsi in politica ci ha mai pensato?
«Non credo che potrei, sulle mie opinioni sono estremista. Certo, chi sta in silenzio campa meglio, ma io se mi espongo è sempre in buona fede. In vecchiaia magari potrei fare il senatore a vita, senza nemmeno lo sforzo di farmi rieleggere. Nel frattempo, ciò che mi fa alzare la mattina è fare quello che faccio: raccontare storie». ?