Robinson, 11 novembre 2018
Intervista a Qiu Xiaolong
«In Cina “controllo” è la vera parola del momento. Il Partito unico vuole controllare tutto e tutti, anche chi sta facendo qualcosa di innegabilmente giusto come proteggere l’ambiente». Qiu Xiaolong non è solo un giallista. Ogni volta che il suo detective, l’enigmatico ispettore Chen, segue una scia di sangue nelle strade di Shanghai, il lettore affonda nelle contraddizioni del socialismo cinese. La realtà – quella che ha costretto lo scrittore, ancora ragazzo, a creare una rete sotterranea per la circolazione dei libri proibiti e poi, una volta divenuto professore di letteratura, a rifugiarsi in America – irrompe con forza dalle pagine del suo nuovo poliziesco, L’ultimo respiro del drago. Chen, ormai una leggenda, è chiamato dal compagno segretario Zhao, potentissimo dirigente di Pechino, a sorvegliare le mosse di un gruppo di ambientalisti.
In Cina l’inquinamento è un argomento delicato?
«Il problema è il controllo politico. L’inquinamento sta diventando una minaccia per sempre più persone. Due miei amici sono morti di cancro ai polmoni senza avere mai fumato una sigaretta. E anche io, ogni volta che torno, accuso sintomi simili a quelli influenzali. L’ispettore Chen, in quanto ufficiale di polizia membro del Partito, dovrebbe eseguire gli ordini, ma sa che è giusto che le persone combattano contro l’inquinamento. Si trova in una situazione difficile, resa ancora più complicata dalla presenza, tra gli ambientalisti, della sua ex fidanzata».
Shanshan è un’attivista popolare sul web.
«È una dei miei personaggi preferiti, ma in questo romanzo si ispira a una vera giornalista cinese, Chai Jing, che nel 2015 ha coraggiosamente girato un documentario di denuncia sull’inquinamento atmosferico. Il suo video, in appena due giorni, è stato visto online milioni di volte. Poi è stato oscurato».
Shanshan sostiene che il problema non sia solo l’inquinamento dell’acqua, dell’aria o dei prodotti alimentari, ma anche l’inquinamento delle menti.
«A parte le politiche governative orientate al prodotto interno lordo, perché così tante persone agiscono a discapito dell’ambiente? È come se, sotto il regime autocratico del Partito unico, fossimo andati incontro a una sorta di bancarotta ideologica. “Dio è morto”, tutto si giustifica con il guadagno personale e il profitto».
Cosa significano libertà e giustizia in Cina?
«La libertà di parola è un argomento vietato, le persone non hanno accesso a Google o Facebook. La giustizia esiste solo all’interno dei media ufficiali, mai in un processo trasparente. Se il giornale del Partito dice che quella è giustizia, allora lo è, ma se dice che non è giustizia, allora non lo è».
Perché ha deciso di scrivere una serie poliziesca?
«Volevo fare un romanzo sulla società cinese in transizione, ma avevo difficoltà a gestire la struttura. Poi il poliziesco è arrivato in mio soccorso. L’ispettore Chen non si limita a risolvere un enigma o a individuare un colpevole, ma scopre in quali circostanze sociali, culturali e politiche nascono i crimini».
Perché proprio un ispettore di polizia?
«Perché un insider può fornirci molte informazioni sul funzionamento del sistema, ma nello stesso tempo, a causa della sua precedente esposizione alla letteratura e alla cultura occidentale, è un outsider. Riesce a mantenere un atteggiamento cautamente critico e a fornire un quadro oggettivo della società in transizione».
Chen è anche un poeta.
«Trovo che sia molto intrigante “contrabbandare” la poesia servendomi del crime e poi voglio che il mio ispettore esamini un caso non solo dal punto di vista di un poliziotto, ma anche dal punto di vista che può avere un poeta».
Lei è cresciuto nella Cina maoista, dove quasi tutti i romanzi erano vietati. Come ha scoperto la letteratura?
«Durante la Rivoluzione Culturale, dal 1966 al 1976, tutti i libri di letteratura furono banditi e distrutti. Le guardie rosse li bruciarono in pubblico. Tuttavia, alcuni abitanti di Shanghai nascosero e salvarono le loro biblioteche. Io ho avuto la fortuna di avere degli amici tra loro e siamo riusciti a gestire una rete di scambio sotterranea».
Come sono accolti i suoi libri in Cina?
«Sono stati tradotti quattro romanzi, ma almeno tre fatico a riconoscerli come miei: troppi tagli e cambiamenti. Per esempio, Shanghai è diventata H City perché nelle logiche dei funzionari della censura omicidi e altri crimini non possono accadere in una vera città cinese. Ovviamente, tutte le frasi politicamente sensibili sono state cancellate. Non so come sarebbero stati accolti i libri originali, probabilmente non sarebbero neanche stati pubblicati».