La Stampa, 11 novembre 2018
In rete il suk dei farmaci clandestini
Gli esperti lo ripetono da anni. Per le organizzazioni criminali il mercato dei farmaci illegali è più redditizio del traffico di droga. Lo si intuisce dal numero di farmacie pirata che proliferano su Internet: aumentano ogni anno e cambiano forme e strategie. In principio era SilkRoad, il sito clandestino che vendeva droga e armi. Nel 2013 arrivarono i sigilli dell’Fbi. Oggi non serve avventurarsi nel dark web per trovare le medicine illegali più rare, come quelle innovative: è tutto alla luce della Rete. E di recente il mercato nero ha conquistato la ribalta più popolare: i social. Che diventano suk digitali, dove basta un clic per comprare doping, antidepressivi, pillole per le prestazioni sessuali ma anche anti tumorali. Perfino su piattaforme insospettabili, come Linkedin (portale per le reti professionali), o Flickr e Tumblr (dedicati alla fotografia) si trovano decine di annunci «mascherati».
Ma è su Facebook, il social più diffuso con una platea di due miliardi di utenti, che si concentra l’offerta maggiore. Il fenomeno è difficile da quantificare. Però basta inserire nel campo di ricerca il farmaco e si ottengono migliaia di risultati. Gruppi privati, profili personali e pagine generiche: moltissimi in caratteri arabi o cirillici. Alcuni vendono direttamente, altri pubblicano un link che rimanda ad altri siti. Tutto illegale, ovviamente. La policy di Facebook è chiara: «È vietato vendere o commerciare farmaci» (voce «Beni soggetti a limitazioni legali»). Ma le regole sono aggirate in maniera più che disinvolta.
«Facebook è una vetrina perfetta. Gli utenti, con i dati che forniscono, sono altamente profilati. Chi vuole vendere un certo tipo di sostanza va a colpo sicuro», spiega Andrea Zapparoli, tenente colonnello del reparto operativo per la tutela della Salute dei Nas. A febbraio un ragazzo è stato incastrato da una videochiamata realizzata proprio su Facebook. Era un piazzista di doping e voleva convincere il potenziale acquirente. I carabinieri gli hanno trovato in casa confezioni per un valore di 10 mila euro. Da gennaio i Nas hanno sequestrato sostanze - il 60% transitate dall’online - per 8 milioni di euro. «Nella maggior parte dei casi il primo contatto è sui social, l’acquisto si concretizza in un secondo momento e su altri canali», spiega Zapparoli. Nel 2018 in Italia sono stati oscurati 20 siti, nel 2017 erano stati 50.
La rotta dell’illegalità
Ma da dove arrivano questi farmaci? Se sono contraffatti, al 90% provengono da Asia ed Est Europa. «Nel migliore dei casi non c’è principio attivo e sono inefficaci - dice Zapparoli -. Ma spesso contengono sostanze nocive come veleno per topi, o altri ingredienti anomali usati per il “taglio” al posto dei più costosi prodotti farmaceutici». In altri casi le medicine sono autentiche ma rubate. «Sono il risultato di rapine a tir e furgoni, specie se si tratta di farmaci cari come gli anti tumorali. Ci sono organizzazioni specializzate che si occupano di tutta la catena: dall’assalto alla vendita». Nella maggior parte dei casi, si tratta di microfurti in farmacie o nei depositi degli ospedali: i medicinali vengono poi immessi nel mercato clandestino, specie in Turchia, Libia e Medio Oriente.
Abbiamo agganciato su Facebook alcuni venditori di farmaci salva-vita. Cerchiamo l’Herceptin, un antitumorale che il sistema sanitario passa ai malati in Italia ma che può arrivare a costare 450 dollari. Ashraf Ali Ali, dal Cairo, risponde subito, in un inglese da Google translate. Dice di essere un chimico e si raccomanda, come se l’affare fosse già chiuso: «Deve stare lontano dalla luce, tra i 2 e gli 8 gradi». Per la consegna? «Forse un mio amico può portarlo in Italia». Poi precisa: «Noi testiamo ogni medicina per capire se è contiene tutti i principi attivi». «Le analisi sono impossibili - controbatte Domenico Di Giorgio, dirigente Area Ispezioni e Certificazioni Aifa -. Si dovrebbe aprire una fiala e rinunciare a un farmaco da 500 euro, effettuando i test complessi e costosi». Poi Ashraf manda una foto: tre scatole di Herceptin con la data di scadenza. Per il pagamento chiede un versamento anticipato: in Turchia, Egitto o Emirati arabi, come preferiamo.
Il secondo tentativo di acquisto è con OncologyPharma. Il proprietario sostiene di avere una farmacia vicino Smirne. La bacheca è piena di foto di medicinali. La risposta è immediata: il MabThera, un antitumorale, costa 250 dollari a scatola. Ma avvisa: «Consegniamo solo in Turchia, devi venire qui: a Istanbul o Antalya. Ci saranno due corrieri, con dieci scatole a testa. L’incontro sarà in aeroporto». E rassicura: «L’abbiamo fatto centinaia di altre volte, non ti preoccupare». Il pagamento, in contanti, avverrà alla consegna.
Ma quali sono le sostanze più richieste? «Principalmente tre - continua Zapparoli -: farmaci ad azione dopante, quelli per migliorare le prestazioni sessuali e poi anti depressivi. Tra gli stupefacenti ci sono metamfetamine e derivati. Di recente c’è stato un boom di sostanze come la spice, cannabis sintetica che ha effetti devastanti sull’organismo». E che rischio si corre ad assumerli? Il tenente-colonnello è tranchant: «All’interno ci sono sostanze che possono essere letali. L’acquisto alimenta i traffici di organizzazioni internazionali, che reinvestono i soldi per finanziare il mercato nero di stupefacenti ed esseri umani».
La mano dei clan
Non è improbabile che quei farmaci siano stati rubati in Italia, Grecia o Francia. L’anno scorso una ditta italiana riuscì a recuperare i propri prodotti spariti da qualche corsia ospedaliera, senza denuncia, sul mercato nero in Egitto, fingendosi un grossista clandestino. Spesso dietro ci sono i clan. L’Agenzia italiana del farmaco è in prima fila nel contrasto a questo fenomeno. Ha una collaborazione con eBay in Italia per prevenire la vendita di farmaci illeciti. Nel 2017 sono stati rimossi 3273 annunci. Ma è in ambito europeo che Aifa è un punto di riferimento: i modelli italiani sono studiati, anche in collaborazione con la Commissione europea. Ma con gli altri Stati non si trova sponda. « Il contrasto non può pesare su un singolo Stato - denuncia Di Giorgio -. Molti Paesi non hanno un inventario dei furti, come potrebbero mettere a punto una strategia contro il loro riciclaggio sul mercato europeo?».