La Stampa, 11 novembre 2018
La Cenerentola Virginia Raggi
Lo stato d’animo di Virginia Raggi dopo la conclusione del processo che la tormenta da due anni sta tutto nella frase conclusiva del post con cui ha annunciato l’assoluzione: «Ringrazio i miei avvocati, i giudici e la Procura per il lavoro svolto». Punto. Non una parola per i capi del partito, gli elettori Cinque Stelle, gli assessori, tutti assenti nel momento fatale del verdetto ma anche nei giorni precedenti, quando l’ipotesi di una condanna con dimissioni obbligatorie sembrava concreta. A cose fatte, Beppe Grillo, Luigi Di Maio e gli altri hanno lanciato l’hastag #AtestaAlta e proclamato di aver sempre creduto in lei, ma fino a un minuto prima stavano organizzandosi per farne il capro espiatorio del gran casino romano, nonché l’icona di una ritrovata purezza rivoluzionaria. Spodestarla in nome del codice etico sarebbe stato il beau geste col quale dire agli elettori: non siamo cambiati, siamo sempre noi. E magari anche un modo rapido per liberarsi del disastro capitolino, che nessuno sa più come arginare.
La sindaca queste cose le sa. Da tempo ha rinunciato all’ambizione di farsi principessa della città e del Movimento, che era un po’ l’idea dei giorni travolgenti dell’insediamento, quando sorrideva sotto i riflettori del mondo. Quattro mesi dopo era già costretta a incontrare il suo capo segreteria sui tetti del Campidoglio, per sfuggire a pettegolezzi e veleni. In capo a un anno era palesemente tornata Cenerentola, una Cenerentola abbandonata dalla sua Fata Madrina, il M5S, che pure ai sensi del vecchio contratto elettorale sarebbe responsabile ultimo di ogni «atto di alta amministrazione» e di ogni «questione giuridicamente complessa» che si affronta in città.
«Rimbocchiamoci le maniche, si torna al lavoro», dice ora la Raggi, ma la sensazione che si ha da tempo è di una personale riluttanza per il ruolo. Apparizioni pubbliche con il contagocce. La rinuncia a partecipare al forum di Italia Cinque Stelle dedicato a Roma. Lo scatto di nervi dopo la manifestazione di protesta di due settimane fa, quando insultò le partecipanti con giudizi irridenti sui loro cani e le loro borse. Il red carpet col solito tailleur nero alla Festa del Cinema, lei che l’anno scorso aveva stupito l’Opera presentandosi alla prima con un sontuoso vestito appartenuto ad Anna Magnani. Anche la sua comunicazione ha perso il vigore immaginifico di una volta, sostituito da una serie di gelidi comunicati di servizio. L’avvio dei lavori per una ciclabile sulla Nomentana. Le graduatorie per le supplenze negli asili nido. I cordoli sulla preferenziale di via Emanuele Filiberto. Persino l’irrigazione sullo spartitraffico di via Cristoforo Colombo, celebrata come se fosse un’opera titanica.
La sindaca, insomma, pare sinceramente stufa di fare la sindaca. Il 9 novembre ha disdetto la manifestazione di sostegno dei suoi fan senza una parola di spiegazione. Adesso che è stata assolta, avrebbe potuto sollecitarne un’altra ma il gruppo Sempre Con Virginia, braccio organizzativo del raduno, risulta malinconicamente sospeso mentre l’altro mobilitatore Facebook, Innamorati di Virginia Raggi, è inattivo dal 20 luglio scorso.
Chissà che, in definitiva, la Raggi non viva questo verdetto positivo, pure così desiderato, come l’anticamera di un altro tipo di condanna: la prospettiva di restare sulla graticola per altri tre anni, imprigionata in un ruolo che ormai detesta. Chissà se, in fondo al cuore, Virginia non avrebbe preferito liberarsi dell’Ama, dell’Atac, dei pasticci dei dirigenti, dell’onere di commentare autobus in fiamme o ragazze ammazzate in pieno centro, persino degli stramaledetti adempimenti natalizi – l’albero post-Spelacchio, il bando per piazza Navona – tutto d’un colpo, conquistando col modesto pedaggio di una sanzione per un reato risibile, la libertà e il diritto di dire: «Mo’ spicciatevela voi».