la Repubblica, 10 novembre 2018
Greenaway: «Quattro passi lunghi un anno con Brancusi»
«Crea come un dio, comanda come un re, lavora come uno schiavo». Questo motto di Constantin Brancusi, lo scultore rumeno vissuto tra il 1876 e il 1957, funge da leitmovit nel nuovo film Walking to Paris del grande regista Peter Greenaway. E sarà proprio quest’ultimo in persona a tenere una lecture sull’argomento, mercoledì 14 novembre a Firenze, tra gli eventi di Lo schermo dell’arte Film Festival, che avrà luogo dal 13 al 18 novembre con la volontà di far interagire cinema e arte.
È innegabile l’affinità nel sentire, nel creare e nell’esprimere il proprio amore per la natura e per l’arte dei due artisti, ed è forse proprio questo uno dei motivi che ha spinto il famoso regista a raccontare l’epocale impresa compiuta da Brancusi nel 1904: a ventotto anni Constantin è partito a piedi da Bucarest per arrivare dopo circa 12 mesi a Parigi e lungo la strada si è fermato per saziare anche la sua sete di bellezza, per esempio a Vienna per visitarne i musei. «Ammiro molto la determinazione di Brancusi, anche se durante le ricerche per il film ho scoperto che qualche treno l’ha preso anche lui, se pur per brevi tratti, oppure si è fatto “prestare” un cavallo, ha chiesto un passaggio a un carretto, ha usato una bicicletta per scendere da una montagna o una barca per attraversare un fiume», spiega Greenaway. «In ogni caso, la sua determinazione è stata incredibile, anche perché molto spesso sarà stato affamato, avrà sentito la nostalgia di casa e la mancanza di una compagna al suo fianco».
Ad affascinare il regista è stata anche l’idea di girare il film con una programmazione stagionale, senza ricreare con effetti speciali la neve, per esempio, che invece è riuscito a trovare in Svizzera. L’importante per lui era lavorare in mezzo alla natura, dopo tanti film girati in studio: l’ha sempre amata, fin da piccolo, forse perché tra i suoi parenti c’erano coltivatori di rose, vivaisti e birdwatcher, ma di certo grazie anche ai suoi studi artistici che gli hanno fatto conoscere grandi pittori paesaggisti come Turner, Constable e Palmer. «A 17 anni, quando studiavo all’Accademia di belle arti, siamo venuti in gita in Italia per visitare le città più importati a livello artistico. Luoghi dove poi nei successivi sessant’anni sono tornato molte volte, approfondendone sempre più la conoscenza», prosegue il regista, «In realtà non ho mai smesso di viaggiare e visitare musei e mostre in tutto il mondo. Adesso mi invitano spesso a festival del cinema ovunque: in Corea, Giappone, Sud America. E ogni volta ne approfitto per scoprire dipinti di artisti che non conosco o riscoprire quelli già noti. Di sicuro vedo più quadri che film».
Tra le sue pellicole più famose, Greenaway annovera I misteri del giardino di Compton House e Giochi nell’acqua. Ma c’è di più. È anche autore di una serie di installazioni che sono state ospitate non solo al Louvre e al Rijksmuseum di Amsterdam, ma anche alla Biennale di Venezia, a Vienna, Roma e Bologna. E ha nel cassetto persino dei progetti ancora da realizzare a Roma. «Il prossimo film mi piacerebbe fosse Lucca Mortis, che per ora è solo un progetto. La città di Lucca esercita un fascino particolare su di me: con le sue mura avvolgenti, le sue circa cento chiese e l’atmosfera speciale che vi si respira», conclude Peter, «Un paio di anni fa l’avevo scelta per una mia installazione che prevedeva delle proiezioni sulla lotta tra Guelfi e Ghibellini in relazione alla vita di Dante. Insomma, sento un forte legame con l’Italia, la sua pittura, letteratura e storia. E spero proprio che questo viaggio a Firenze per il festival del cinema possa ispirarmi nuovi progetti, anzi ne sono certo, da ottimista quale sono sempre stato».