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 2018  novembre 10 Sabato calendario

Il professore che non c’è

Il professor Samuel Levi-Pumpkin, illustre antropologo di Harvard, non esiste. Se l’incipit di questo articolo vi ha incuriosito, e dunque volete sapere qualcosa di più a proposito del professor Levi-Pumpkin, vi prego di proseguire nella lettura. È una storia al tempo stesso comica e istruttiva. Umberto Eco l’avrebbe raccontata meglio di me. Ma dovete accontentarvi: tocca a me raccontarla perché ne sono l’involontario artefice. Ricostruzione molto sintetica dei fatti. Da quindici anni scrivo una paginetta di satira sull’Espresso. Si chiama Satira preventiva (il nome venne mutuato, all’epoca, dalla famosa “guerra preventiva” degli americani in Iraq). La natura del prodotto, dunque, viene ben definita in etichetta: non è cronaca, non è un editoriale, non è un opinione “seria”. È satira. Linguaggio deformato e deformante. In quella pagina uso a piene mani il paradosso, l’iperbole, la parodia, la balla spaziale alla Stefano Benni (un maestro). Non una sola riga è da prendere per “vera”. Se per esempio scrivo, come ho scritto, che il Papa, per combattere l’omosessualità nella Chiesa, regala ai cardinali a Natale un calendario per camionisti; o che i dirigenti del Pd, confinati a Ventotene, vengono severamente richiamati dai loro carcerieri perché litigano in continuazione; conto sul fatto che i lettori non pensino di essere alle prese con una notizia di cronaca. Esiste un patto esplicito, tra me e loro: io confeziono balle, spero funzionali alla parodia della nostra vita sociale e politica. Loro lo sanno benissimo, che sono balle, e apposta per questo mi leggono. Dunque non mi scrivono, il giorno dopo, per sapere se c’è modo di fare evadere da Ventotene i dirigenti del Pd (o, al contrario, se è possibile lasciarli lì per sempre). Nemmeno vogliono sapere dove li compera, il Papa, i calendari per camionisti da regalare ai cardinali.
Ora, più di un mese fa compare, tra i mille esperti di mia invenzione che popolano la Satira preventiva, un antropologo americano, Samuel Levi-Pumpkin (traduzione: Levi-Zucca). Lo definisco «massimo studioso dei Cristiani Rinati negli Usa», e gli faccio dire che la situazione politica italiana, in particolare la figura di Rocco Casalino, sono attribuibili al fenomeno del Burino Rinato. Per esteso, il Levi-Pumpkin fa riferimento anche agli Antropofagi Rinati del Borneo, ai Pirati Rinati nei Caraibi e alle Vecchie Megere Rinate nelle campagne inglesi. Per dire quanta attendibilità scientifica sprizzi, da quella paginetta.
Capita però che un professore americano vero, che insegna in Arizona, si imbatta in quel mio testo. Poiché si occupa di cultura religiosa, immagino che qualche motore di ricerca lo abbia indirizzato proprio sulla mia pagina dell’Espresso perché si parla, tra le altre cose, di Cristiani Rinati. Fatto sta che il professore, del quale taccio il nome perché mi è molto simpatico, rimane molto colpito dalle parole di Levi-Pumpkin. Le ritiene autorevoli e le diffonde su Twitter. E – avete già capito – capita l’irreparabile: alcune decine di persone, sempre su Twitter, partecipano animatamente al dibattito sulle teorie di Levi-Pumpkin, chi per dubitare dei suoi titoli accademici, chi per denunciare una subdola manovra contro Rocco Casalino, chi per aggiungere che i problemi sono ben altri. C’è anche un lieto fine (dell’ultima ora), favorevole alla tesi che la Rete abbia grandi facoltà di auto-correzione: qualcuno avverte il professore (vero) che Levi-Pumpkin è un esplicito falso, e il professore corregge il suo post definendo «ironica» la mia intervista a Levi-Pumpkin. Sta di fatto che per qualche giorno la teoria del Burino Rinato ha fatto parte, per così dire ufficialmente, dei materiali mediatici a proposito di Rocco Casalino. Un mese e mezzo dopo essere stato inventato come pupazzo satirico, Levi-Pumpkin è risbucato a tradimento come commentatore politico in piena regola. Accademico di Harvard, per giunta… In genere il comunicatore deve sentirsi responsabile degli equivoci della comunicazione. In questo caso, no. Proprio no. Quando scrivo quella rubrica, io sono come un prosciutto esposto sul bancone di un salumiere, con l’aspetto del prosciutto, nel luogo dove si vende prosciutto. Se qualcuno mi compera e il giorno dopo torna furibondo dal venditore e gli restituisce il prosciutto dicendogli «guardi che questo aspirapolvere non funziona», è evidente che siamo di fronte a un gigantesco problema semantico: bisognerà spiegargli, avendone il tempo, che si tratta di un prosciutto, non di un aspirapolvere.
Ne deriva una riflessione. Sul testo e soprattutto sul contesto. Il possibile equivoco sul testo è sempre esistito. Quando il Male uscì come falso Paese Sera, con il titolo cubitale «Ugo Tognazzi è il capo delle Brigate Rosse», sicuramente un paio di innocenti vecchiette, e anche qualche viandante distratto, passando davanti all’edicola avrà pensato «accidenti, chi lo avrebbe mai detto, sembrava una persona così per bene…». Ma tutto finiva lì: l’errore non poteva diventare di sistema, e l’equivoco rimaneva un (divertente) inciampo individuale. L’edicola era un contesto limitato ma piuttosto preciso, difficilmente qualcuno avrebbe potuto comperare Grazia e leggerla come una rivista finanziaria, o confondere un giornale di satira con un news magazine. Quanto alla satira, capitava di offendere, e di offendersi, per una battuta fuori misura, ma non poteva capitare che davvero qualcuno discutesse sull’arresto di Ugo Tognazzi in quanto capo terrorista.
Alla luce del piccolo e allegro caso Levi-Pumpkin, sono praticamente certo che il conclamato falso del Male su Tognazzi, frombolato in rete e frullato dai social in mille formati differenti, oggi darebbe vita a un dibattito vero: «Io l’avevo sempre saputo, che quello lì era un delinquente», «tirano in ballo Tognazzi per nascondere i veri responsabili», «Tognazzi sei un grande! Morte ai padroni» e tutto il corollario di «vergognati!», «no, vergognati tu!».
È cambiato radicalmente, irreversibilmente il contesto. La dose “naturale” di ambiguità del linguaggio è centuplicata dall’incessante trasbordo di parole da un contenitore all’altro, e da un certo punto di vista ogni testo è ormai fuori contesto, riprodotto in forme inevitabilmente travisate mano a mano che viaggia da un sito all’altro, da una chat a un’altra. E non per malafede (anche se i falsari di mestiere, e gli imbecilli attivi, esistono, eccome), ma perché davvero, in questo caso, «il mezzo è il messaggio». È stato fatto l’esempio analogico del gioco del telefono senza fili, ed è una metafora abbastanza felice. Il primo della fila dice «prosciutto», all’ultimo arriva «aspirapolvere».
Non si tratta di rimpiangere le edicole; dico solo che bisognerebbe rimettere un poco di ordine, nel Nuovo Mondo. Avere molto rispetto del testo – chi scrive così come chi legge —, della sua potenza e della sua fragilità, non basta. Ve lo dico per esperienza, non solo alla luce del buffo incidente Levi-Pumpkin: non basta. È il contesto, il vero immenso problema, è l’indistinto oceano nel quale tutto si mescola, tutto si confonde e alla fine, ovviamente, il rischio è la perdita di senso. Chissà che non sia questo, soprattutto questo che vuole dire Baricco (non certo un apocalittico, in materia di web) quando dice che nel web bisogna buttarsi a capofitto, senza paura, soprattutto i nuovi intellettuali dai trent’anni in giù, per provare a rimettere ordine e a ridare senso. Se non succede, è inutile farsi illusioni, l’ultramondo nel quale Tognazzi è il capo delle Brigate Rosse, e Soros paga lo stipendio a me e al professor Levi-Pumpkin, è dietro l’angolo. Anzi, è già qui.