Avvenire, 9 novembre 2018
Il mito di Pierino
Con i bambini il dottor Heinrich Hoffmann, psichiatra a Francoforte, ci sapeva fare. Aveva sperimentato che disegnare figurine divertenti e inventare filastrocche durante le sedute con i suoi piccoli pazienti li distraeva e li calmava. Aveva una mano felice il dottor Hoffmann, al punto che la vigilia di Natale del 1844 non avendo trovato alcun libro illustrato soddisfacente da regalare al proprio figlio Carl di quasi quattro anni, decise di fare da sé. Di scrivere e illustrare lui stesso una serie di sei storielle riunendole in un quadernetto da mettere sotto l’albero. Il dottore non immaginava certo che il suo piccolo manoscritto, pubblicato l’anno dopo da un libraio amico di famiglia, sarebbe diventato, arricchito di altre quattro storie, il libro per l’infanzia tedesco più famoso e letto di sempre:
Struwwelpeter- il ragazzino dalla chioma arruffata e le unghie ad artiglio che compare in copertina – cioè Pierino Porcospino come lo conosciamo in Italia fin dal 1882. Graficamente tra i libri più perfetti nella storia dell’illustrazione a parere di Maurice Sendak, uno dei padri del picturebook moderno. Un classico uscito in breve dai confini della Germania (trentamila copie l’anno attorno al 1890), qualcosa di simile ad Alice in Wonderland o a Pinocchio, pubblicati successivamente. La ’prima icona della letteratura per l’infanzia’, per dirla con il sottotitolo del saggio Pierino Porcospino firmato da Martino Negri (Franco Angeli; pagine 230; 32 euro), giovane ricercatore dell’Università Bicocca di Milano. Ovvero il prototipo di una letteratura espressamente rivolta a un lettore bambino, innovativa e singolare, interessante per lo sguardo eccentrico sull’infanzia. L’antenato di tanti albi illustrati pubblicati tra ’800 e ’900, modello imitato e persino parodiato. Entrato nell’immaginario collettivo europeo con la forza della smagliante figura del Pierino scarmigliato.
Con un lavoro storico e bibliografico corposo e meticoloso, un ricco apparato iconografico, Negri indaga il magico mix di elementi che hanno fatto la fortuna dello
Struwwelpeter, titolo definitivo dal 1847, in sostituzione del primo voluto dall’autore ’Storielle allegre e disegni buffi per bambini dai tre ai sei anni’. Dieci brevi storie che apparentemente si collocano nel solco letterario delle ’storie di disgrazie infantili’ all’epoca parecchio in voga, salvo introdurre interessanti novità. Allontanandosi dai raccontini realistici ed edificanti tipici del tempo, Hoffmann narra e illustra con sottile e crudele umorismo le trasgressioni, le disobbedienze, persino le svagatezze dei bambini, tutte castigate in modo eccessivo, talvolta orrendo e spaventoso dagli adulti o dalle agghiaccianti conseguenze naturali indotte dai loro cattivi comportamenti.
Finali assurdi, inverosimili e grotteschi, certamente, ma anche capaci di minare alla base lo stile ’Biedermeier’ della società della prima metà dell’Ottocento, conformista e amante dell’ordine e della disciplina, pronta a mostrare cosa succede di terribile ai bambini disobbedienti.
Rifiutare la minestra assottiglia il grassoccio Gasparino fino a condurlo alla tomba; scherzando col fuoco Paolinetta finisce in cenere; Corrado, reo di succhiarsi continuamente i pollici li perderà per punizione tra le lame del forbicione del sarto… E via di questo passo. Finali truci e crudeli, indubbiamente, ma nello stesso tempo segno di una nuova attenzione all’infanzia, alla sua specificità e alterità, alla sua irruenza e fragilità rispetto ai pericoli del mondo, che si stava affermando nelle famiglie borghesi del tempo. Ma non solo.
Emblematica la figura di Pierino, che mai si è lasciato tagliare capelli e unghie, al punto che in testa ha una foresta «densa, sporca e puzzolente» e «l’unghie smisurate». Figura repellente in sé, messa pubblicamente alla gogna, eppure fonte di grande divertimento per i piccoli lettori. Negri mostra come a Hoffmann riesca una interessante quanto ambigua operazione narrativa, che apre una breccia nel messaggio educativo-repressivo borghese. E questo è il punto da cui scaturisce il fascino che Struwwelpeter ha esercitato e continua a esercitare sull’infanzia lettrice cui è stato destinato. La rivincita dei ribelli e della libertà sulla repressione. I protagonisti delle storie di Hoffmann, fanno ciò che qualunque bambino desidererebbe poter fare e che invece è vietato. Giocare con il fuoco, mettersi le dita in bocca, schifare la minestrina, dondolarsi sulle sedie, bighellonare sotto la pioggia o guardare per aria mentre si cammina, non tagliarsi unghie e capelli sono comportamenti deprecabili per gli adulti, ma per i bambini? Indugiare, ciondolare, sostare nell’incanto, non è forse il tratto peculiare e più felice dell’infanzia come avrebbe sottolineato anche Walter Benjamin a proposito dello Struwwelpeter?
Quanto a Pierino, che a differenza degli altri protagonisti non combina guai e non va incontro a punizioni crudeli, è una sorta di monumento ambivalente al bambino selvatico, l’enfant terribleda addomesticare, emblema in una sola immagine del conflitto tra natura e cultura che teneva banco nella riflessione pedagogica tra Sette e Ottocento. Negri riconosce a Hoffmann uno sguardo concreto sull’infanzia che del resto aveva quotidianamente sott’occhio, «l’infanzia nella sua irriducibile specificità e alterità e il suo configurarsi come territorio di incontro e di scontro con l’universo degli adulti, nel segno di una impossibile piena e reciproca comprensione: la tragedia dell’infanzia». Perciò i protagonisti di Hoffman sono invenzione e realtà, figli di un tempo storico e di una cultura, ma anche «figure che continuano a raccontare, a distanza di quasi due scoli, qualcosa anche dell’infanzia contemporanea». Che altro fanno, se non questo, i classici?