Il Messaggero, 9 novembre 2018
Elio Germano odia i social e la pubblicità
«Addio, ti lascio perché ho incontrato la Madonna». È quello che annuncia Alba Rohrwacher, geometra incaricata di mappare un terreno destinato a un centro commerciale, al fidanzato Elio Germano. E lui come reagisce? Per rinconquistare l’amata, ossessionata dalla misteriosa donna velata (l’attrice israeliana Hadas Yaron) che le è apparsa proprio sul terreno reclamando la costruzione di una chiesa, l’uomo arriva a compiere un gesto inatteso, eversivo, anzi esplosivo. Succede nel film di Gianni Zanasi Troppa grazia, una commedia un po’ folle (in sala il 22 novembre) sotto forma di favola ecologica che ha per protagonisti i due mostri sacri del nuovo star system italiano: ed è un piacere vederli duettare sullo schermo. Germano, 38, ancora sul set del film di Giorgio Diritti Volevo nascondermi nel ruolo del tormentato pittore Antonio Ligabue, antidivo per definizione e per convinzione, si racconta.
Che ha pensato quando ha letto la sceneggiatura di Troppa grazia?
«Mi sono sentito sollevato: era finalmente qualcosa di nuovo e spericolato nel cinema italiano».
Non rischia abbastanza, secondo lei?
«Nel cinema si scontrano due visioni contrastanti: l’arte, che non conosce barriere, e il mercato che reclama certezze e tende perciò a ripercorrere strade già battute malgrado l’esistenza di tanti talenti freschi, anticonvenzionali, pronti a mettersi in gioco».
Nella vita ha mai compiuto un gesto eversivo?
«Mi è capitato si scavalcare la legge, ma perché ero animato dal senso di giustizia».
E cosa ha fatto di preciso?
«Qualche occupazione un po’ battagliera. Poi, con i miei vicini di casa, al Portuense, ho tagliato alberi e canneti che invadevano la strada e ho stappato i tombini. Abbiamo dovuto fare da soli perché nessuno aveva risposto alle nostre chiamate. E il bello è che abbiamo rischiato di venire multati. Ma avevamo agito nell’interesse collettivo».
La commedia di Zanasi ha un sottofondo religioso: che riflessione le evoca?
«Se oggi arrivasse Gesù, povero e scalzo, predicherebbe da migrante su un barcone e nemmeno lo farebbero sbarcare. Mentre la Madonna non la starebbero a sentire: sono tutti troppo occupati a far quadrare la società in crisi».
Negli ultimi tempi ha interpretato delle commedie per scrollarsi di dosso l’etichetta di attore super-impegnato?
«Proprio così. Detesto venire incasellato».
Di cosa va più fiero?
«Di aver sempre cercato la varietà. Dopo il successo del film Il Giovane Favoloso, avrei potuto continuare e interpretare Giacomo Leopardi in teatro con incassi assicurati. Ho preferito voltare pagina».
Cosa le sta insegnando il ruolo di Ligabue, artista geniale e problematico?
«È uno dei personaggi più complessi e affascinanti che abbia mai incontrato. Ci sono ancora dentro fino al collo per capire le ripercussioni che avrà su di me. Ma ruoli come questo ti aiutano a capire i misteri dell’esistenza».
Ha messo dei paletti alla sua carriera?
«Non farei mai cose che possano far male alla mia vita».
Tipo?
«La pubblicità. Se reclamizzassi un marchio, come molti mi esortano a fare, guadagnerei in tre giorni l’equivalente di quattro film. Ma poi dovrei espatriare».
Addirittura!
«Non sopporterei le eventuali prese in giro. Non critico chi fa la pubblicità, sia chiaro, ma non è roba per me. Almeno per ora».
Frequenta i social?
«No, per carità. Li considero il male assoluto perché ci allontanano dalla vita e ci tolgono la voglia di ragionare con la nostra testa. E trovo raccapriccianti i politici che li usano per comunicare con l’opinione pubblica».
Passerà alla regia?
«Un giorno, forse. E comunque sotto falso nome: non vorrei passare per un attore che non si accontenta».
Il suo parlar chiaro, senza troppi giri diplomatici, le ha mai procurato dei problemi?
«Sempre. Ma non me ne faccio una malattia».
Anche con le donne?
«Certo. La sincerità oggi si sconta. Perché non va di moda».