La Stampa, 8 novembre 2018
Nuoto, Santo Condorelli: «Imparerete a tifare per me»
Il progetto alta velocità del nuoto procede senza interruzioni e pure il collegamento internazionale è fatto perchè domani, a Genova, esordisce da azzurro Santo Condorelli, nato a Hiroshima (per pura coincidenza) cresciuto negli Usa, canadese alle ultime Olimpiadi, dove è arrivato quarto nei 100 stile libero, e ora italiano.
Perché ha cambiato nazionalità?
«Perché no? Ho tre passaporti, ho vissuto il mio lato canadese che arriva dalla mamma e avevo voglia e bisogno di scoprire quello italiano. I miei bisnonni sono partiti da Catania per cercare fortuna negli Stati Uniti. Ora riavvolgo il filo».
Quando ha pensato per la prima volta «voglio essere italiano»?
«Dopo il quarto posto di Rio, tre centesimi dal podio ed ero furibondo. Volevo staccare, capire e soprattutto non ricominciare come prima. Ho deciso di allargare i confini. Io ho sempre la valigia pronta e mi è sembrato logico valutare tutte le mie possibilità».
Quindi più globetrotter che azzurro?
«No per niente, ho l’Italia nel sangue, l’inno che il mio tecnico Claudio Rossetto mi canticchia tutti i giorni è una spinta motivazionale. Lo sto imparando, come la lingua, come la cultura».
Ha cercato le sue radici?
«Prima di Natale andrò a Catania con mio padre. Era un viaggio pensato con mio nonno che purtroppo in questi due anni di attesa per la nazionalità è mancato. Ma lo portiamo con noi».
Si aspettava l’Italia così?
«No, per niente. Ci sono degli stereotipi veri, tipo “a Roma nessuno lavora” nel senso che vai in un posto e non capisci che orari ci sono, che alle 8 del mattino non è partito nulla. Succede pure in vasca: io iniziavo alle 5,30, all’alba, e ora non ci si tuffa prima delle 9,30. All’inizio ho detto: “Vai, si può fare tardi”, poi però ho scoperto l’inedito. Al College, negli Stati Uniti, non si curavano di farmi emergere, lo dovevo fare io. Qui mi controllano ogni singola bracciata: l’inclinazione della mano, il gesto. Mi sento seguito».
Come quando la allenava suo padre?
«Sì, solo che non è papà che vive per me, è un tecnico della Nazionale con tanti altri grandi atleti da seguire. Uno che ha allenato campioni».
Pensa che l’Italia sia tutta così, caotica, ma sotto sotto attenta?
«No, ma so che Roma, per esempio, non ha perso la sua umanità. Vedo i problemi ma poi è facile conoscere una vecchia signora nel tuo quartiere che ti aiuta con le pulizie. E si parla io e lei senza ancora una lingua in comune. In Canada o negli Usa non succede».
Test di italianità, è diventato tifoso di calcio?
«So che il tifo si rispetta è che è sia una questione intima che un fatto di stato. In piscina ho assistito a struggenti conversazioni bisbigliate sul tema e a scenate madri. Fantastico».
Promosso. Squadra?
«Juventus perché il mio tecnico e il mio compagno di allenamento Luca Dotto sono bianconeri. Però vivo nella capitale e la Roma mi sta simpatica».
Bocciato. Roma e Juve insieme non si può. Proseguiamo. Dito medio: è il segnale che scambia con suo padre al via, ma per gli italiani è un insulto. Cambierà codice?
«Me lo tengo, anche se dovessi spiegarlo ogni volta, non importa. Fa parte di me, è privato, necessario e io sono sempre lo stesso».
Non teme che la identificherà come straniero? Ospite?
«No, se io do agli italiani i risultati che posso tiferanno per me. E per il tricolore. Stiamo mettendo su una bella staffetta e già c’è una certa aspettativa».
Gli altri velocisti azzurri temono di perdere spazio?
«Proprio no, siamo amici e poi c’è un bel po’ di talento qui. Miressi è giovanissimo e ha un potenziale pazzesco. Ed è già campione d’Europa. Io sono solo felice di nuotare con gente come lui. E con Dotto, il leader della nostra 4x100. Qui non c’è da rubare il posto, c’è da portare l’Italia sul podio».
Che effetto le farà nuotare per la prima volta da italiano, anche se ancora a un meeting?
«Mi riempie di orgoglio. Voglio mostrare che sono qui per un motivo, non per farmi due anni a Roma, anche se sono stato due anni senza competizioni e servirà un po’ di tempo per dare il meglio».
Si sente davvero già italiano?
«Non sono nato qui, ho fatto altre scuole e altre esperienze, ancora capisco poco come funziona, ma non ho seguito un capriccio. Ho seguito l’istinto e quello te lo senti sulla pelle, nelle ossa. È parte del Dna».