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 2018  novembre 02 Venerdì calendario

Biografia di Pablo Escobar. Parla la moglie Victoria Eugenia Henao

Victoria Eugenia Henao non somiglia alla Tata della serie Narcos né a quella delle biografie su Escobar che la descrivono come un’ombra sullo sfondo della concitata vita del marito. Ha uno sguardo morbido e una personalità decisa, è pacata e pesa ogni parola. Per anni ha mantenuto un basso profilo che ha interrotto di recente per scrivere un libro sulla sua vita, Ho sposato Pablo Escobar, in uscita per Utet in anteprima mondiale il 6 novembre. Sono le memorie di una donna in gran parte soggiogata da un uomo che sposò quando aveva 15 anni, contro il volere della famiglia. E che giura di aver saputo dei crimini più efferati commessi dal marito solo dopo la sua morte. L’incontro per l’intervista è fissato nella saletta di un albergo di Buenos Aires, città in cui vive dalla fine del 1994.
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Tutte le persone più vicine a Pablo Escobar hanno scritto libri su di lui, dal fido Popeye alla sua amante storica, Virginia Vallejo. Come mai lei invece ha aspettato così tanto per raccontare il suo punto di vista?
"Quella con Pablo è stata una vita in gran parte dolorosa. Con l’aiuto di psicologi e psichiatri ho impiegato 25 anni per elaborarla. Un processo che ancora non è finito, ma mio figlio Juan Pablo (in Argentina ha adottato il nome di Sebastián Marroquín, mentre Victoria Eugenia Henao qui si fa chiamaare María Isabel Santos, ndr) mi ha convinto che le riflessioni di questi anni sono importanti e che era giusto farle conoscere”.
Su suo marito sono state realizzate molte serie tv, come Narcos: le è piaciuta? Si è riconosciuta nel suo personaggio? Suo figlio è stato molto critico...
"Dedico pochissimo tempo a questo genere di serie perché mi riportano a una violenza che mi fa molto male ricordare. Per quel poco che ho visto, ho trovato molte imprecisioni, per esempio l’episodio in cui mio marito uccide a freddo il colonnello Carrillo, un personaggio che probabilmente è ispirato a Hugo Martínez, il capo del Bloque de Búsqueda. Insomma, sono d’accordo con mio figlio”.
Anche lei trova che la serie sia stata troppo morbida con Escobar?
"Credo di sì”.
Dunque, lei aveva 33 anni quando suo marito venne ucciso. Subito dopo la sua morte i Pepes (Perseguidos por Pablo Escobar, organizzazione  criminale di cui faceva parte anche il Cartel de Cali) la contattarono per essere risarciti delle spese sostenute nella guerra contro Pablo e per dirle che avrebbero ammazzato suo figlio per evitare che prendesse il posto del padre. Lei, che si è sempre dipinta come una ragazza timida e ignara, ha negoziato per un anno con alcuni degli uomini più pericolosi di quel tempo per convincerli a risparmiare la sua famiglia. E c’è riuscita. Come ha fatto?
"Le giuro che non lo so. Ero terrorizzata ma dovevo salvare i miei figli e ho trovato una strada. Ho messo il cuore su quel tavolo e ho cercato di accontentare quelle persone che mi insultavano e minacciavano, e allo stesso tempo ho provato a stimolarne la compassione. Si trattava non solo di riuscire a pagare quanto volevano, ma di tirare fuori la loro umanità convincendoli che mai saremmo stati un pericolo”.
Carlos Castaño  aveva umanità? Il capo dei Pepes, quello che chiedeva ai suoi soldati di squartare vivi i nemici come prova di coraggio?
"Abbiamo tutti una parte umana, si tratta solo di fare in modo che le persone vi si connettano”.
E lei c’è riuscita.
"Penso che Dio mi abbia aiutato”.
Anche Pablo era credente?
"Non lo so. Non parlava mai di queste cose. Però partecipava con noi a tutti i riti religiosi”.
Era affettuoso e romantico con lei come si dice?
"Molto affettuoso e molto romantico. Mi scriveva poesie e bellissime lettere d’amore. Non ricordo un solo gesto sgarbato verso di me o i miei figli”.
È vero che all’inizio della guerra col Cartel de Cali lei cercò di contattare i capi per negoziare la pace?
"Sì. Ero riuscita a trovare un intermediario ma Pablo mi proibì di incontrarlo.Era terrorizzato che mi uccidessero”.
Ma cosa le diceva Escobar della sua attività?
"Niente. Non mi parlava mai di quello che faceva, non mi considerava un’interlocutrice. Ero la classica moglie in una cultura molto patriarcale: le donne non fanno domande. I primi anni ero del tutto ignara. Avevo capito che era un narcotrafficante, ma ero ben lontana dal conoscere i dettagli. Quando poi ho cominciato a sospettare che ci fosse lui dietro molti attentati e ho iniziato a fare qualche domanda, lui rispondeva che erano solo invenzioni”.
Quando ha sospettato la prima volta?
"Il 30 aprile 1984, quando hanno ucciso il ministro della Giustizia Rodrigo Lara Bonilla, che allora era il nemico più implacabile di Pablo. Quando ho sentito la notizia al noticiero, ho capito che stava per cominciare qualcosa di brutto per la Colombia, e allo stesso tempo ero addolorata per Lara che lasciava una moglie e tre figli piccoli. Mi sono inginocchiata e mi sono messa a piangere”.
Alla fine ha pagato ai nemici di Escobar quello che le avevano chiesto?
"Tutto quello che avevamo”.
Di quell’enorme patrimonio voi dite che oggi non vi è rimasto niente...
"Già allora era rimasto molto meno di quanto si possa pensare, perché Pablo aveva speso moltissimo nella guerra contro lo Stato e i Pepes. Il 40 per cento di ciò che restava lo abbiamo dato ai suoi nemici, il resto lo ha confiscato lo Stato”.
E quindi lei e i suoi due figli avete deciso di ricominciare da zero, qui in Argentina.
"Ci siamo messi a lavorare, come tutti, e un po’ ci ha aiutato la mia famiglia. Oggi abbiamo una vita normale, viviamo in affitto”.
Quando ha conosciuto Pablo lei aveva 12 anni e lui 23. Che cosa l’aveva colpita in quel ragazzotto che sgommava in Vespa nella periferia di Medellín?
"Era più grande di me e aveva esperienza. Finì per essere il mio maestro. E poi era seduttivo, molto”.
E dopo, cosa la spinse a restare con lui?
"Ero innamorata. È stato l’unico amore della mia vita. Ma forse avevo anche paura della sua reazione in caso l’avessi lasciato”.
Lei diventò poi una donna raffinata, vestiva Valentino e comprava Dalì e Rodin, mentre suo marito restò un uomo semplice. Non ha mai indossato una cravatta e aveva gusti terribili. Le dava fastidio questo aspetto?
"No, e lo rispettavo. Pablo era uno autentico, non gli interessavano né le forme  né l’aspetto estetico”.
Dopo la sua uccisione ha scoperto molte cose su di lui, la maggior parte scioccanti. Ad esempio che ha fatto ammazzare tremila persone, che si è macchiato di stragi come quella dell’aereo Avianca nell’89 (110 vittime) Possibile che non ne avesse mai saputo niente?
"Non avevo idea della seconda personalità di Pablo. Conoscerla mi ha segnato per sempre. Non avrei mai potuto immaginare che quell’uomo con me così dolce potesse essere così spietato. È stato un dolore immenso. Scoprire un altro Pablo e capire in che mani eravamo, io e i miei figli”.
Perché, com’era il Pablo che conosceva lei?
"Umile, con un forte senso sociale, un gran padre, una persona saggia”.
E un “infedele irredimibile”, per usare le sue parole. Le sue relazioni erano di dominio pubblico, anche tre o quattro alla volta. Davvero negava sempre?
"Diceva che erano bugie dei giornali per distruggere il nostro matrimonio”.
E lei gli credeva?
"No, e infatti soffrivo. Quando i giornali annunciarono le nozze di Pablo con la giornalista televisiva Virginia Vallejo ero incinta di Manuela. Può immaginare come mi sono sentita. Anche in quel caso ha negato. E invece con Virginia aveva una relazione importante”.
E lei? Gli è stata fedele?
"Sì, sempre”.
Suo marito era anche geloso?
"Moltissimo. Non permetteva che ballassi nemmeno con i miei fratelli”.
Il suo libro è molto bello, c’è dietro una persona profonda e una storia ovviamente intensa. Allo stesso tempo, le chiedo: come ha potuto sopportare tanto? Attentati alla sua famiglia, lei e i figli sempre in fuga da una casa all’altra e addirittura da un Paese all’altro, i nemici di Escobar che vi ammazzavano amici e parenti.
"Speravo che prima o poi la nostra vita sarebbe diventata normale come Pablo mi prometteva”.
E però almeno una volta si è rivolta a un avvocato per separarsi.
"Molte volte. Succedeva quando soffrivo troppo per i tradimenti. Ma Pablo mi diceva che ero io il suo vero amore, che contavamo solo io e i suoi figli. E ci ricascavo”.
Negli ultimi dieci anni di matrimonio, quelli in cui tra Escobar e lo Stato era in corso una vera guerra, vi vedevate molto poco.
"Veniva a trovarci all’improvviso, poi spariva per settimane o mesi”.
Lei dice che suo marito aveva un senso sociale molto forte, almeno all’inizio. Si riferisce a Medellín sin Tugurios, il progetto per regalare migliaia di case ai poveri delle periferie che avete seguito insieme nel 1982?
"Anche. È stato un bellissimo progetto in cui eravamo complici in una grande sfida. Il sogno di Pablo in quel momento era aiutare gli emarginati”.
Si sente ancora la vedova di Escobar?
"Dopo la sua morte ho cercato un’identità che prescindesse da lui. Ma è molto difficile quando tutti ti etichettano e non ti danno la possibilità di essere te stessa. Ho scritto questo libro anche per farmi conoscere per quella che sono”.
Com’è la sua vita oggi qui a Buenos Aires? Ha amici, lavora?
"Ho studiato coaching ontologico, una disciplina che aiuta a raggiungere i tuoi obiettivi attraverso l’autoconoscenza. Preso il master ho iniziato a lavorare come coach individuale. Mi piace moltissimo lavorare sui dolori e le sfide che una persona si pone. Quando non lavoro, visito musei. Quanto agli amici, ne ho persi molti per strada”.
Nel libro chiede perdono ai familiari delle vittime di suo marito. È riuscita ad incontrarne alcuni, come uno dei figli di Lara Bonilla, rintracciata da suo figlio. Con cui è nata una buona amicizia. È l’inizio di un percorso?
"Riconciliarmi con le vittime di mio marito è un modo giusto per dare un senso a quanto resta della mia vita”.
Qui in Argentina lei e suo figlio siete indagati per riciclaggio. Ma avete anche autorevoli difensori, come il Nobel Pérez Esquivel.
"Sì, la sua Fondazione ha ravvisato nell’accusa una persecuzione ingiustificata nei nostri confronti”.
Eravate già stati indagati, sempre per riciclaggio, nel 1999. Dopo un anno e mezzo è stata dichiarata innocente, mentre hanno condannato per estorsione la persona che la denunciò.  
"Esatto. Ho molto fiducia nella giustizia argentina”.
Come ha fatto a parlare ai suoi figli dei crimini compiuti da loro padre?
"Ho cominciato soltanto di recente, ma con molta sofferenza per non avere capito la gravità di quello che hanno dovuto sopportare: una vita blindata, e poi la paura. Pensi solo alla bomba che hanno fatto esplodere nel 1988 nella casa in cui vivevamo. Siamo sopravvissuti per miracolo”.
Sua figlia Manuela ha saputo chi era davvero suo padre quando lei stava in prigione: le ha rinfacciato molto duramente di essere stata accanto a lui nonostante tutto.
"Sì, mi ha rinfacciato il prezzo che ho fatto pagare a loro come figli”.
Ha recuperato serenità in questi anni, le è capitato di sentirsi felice?
"Quando è nato mio nipote, il figlio di Juan Pablo e di mia nuora Andrea, che ora ha 5 anni e per me è l’infinito, l’allegria, il contatto con la magia dell’esistenza”.