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 2018  novembre 02 Venerdì calendario

La nuova Guerra fredda è sbarcata nell’Artico

«Mostra i muscoli la Nato», con 50mila uomini e decine di mezzi aerei, navali e terrestri. Sono le più imponenti manovre alleate dalla fine della guerra fredda. «Esercitazioni difensive», assicura da Napoli l’ammiraglio Jim Foggo, precisando la natura «fortemente dissuasiva» del messaggio. Una dimostrazione di forza al confine con la Russia che sta diventando sempre più caldissimo, in quell’Oceano scandinavo che all’epoca dello scontro bipolare con Mosca era l’area più militarizzata del pianeta.
Gli alleati stanno simulando sbarchi anfibi, lanci di paracadutisti e battaglie blindate. Dal 2014 il vento è cambiato. Mosca ha preso a rafforzare la sua impronta nel Grande Nord. Vi opera 13 aerodromi e 10 siti radar: in buona parte basi ex sovietiche che sono state riattivate da Mosca. Ha dispiegato batterie di S-400 in vari siti frontalieri. Manda usualmente in volo i bombardieri strategici, che servono a simulare eventuali raid nucleari. Maria Zakharova, portavoce della diplomazia russa, era stata molto franca i giorni scorsi: «La Russia non starà inerme di fronte alle manovre in Norvegia». A Mosca annunciano lanci di missili nel Mare di Barents e nel Mare di Norvegia. Voli di bombardieri strategici si alternano alle “montature” della stampa: il nuovo missile intercontinentale Sarmat sarà pronto nel 2021, mentre i veicoli nucleari ipersonici Avanguardia penderanno sulle nostre teste da fine 2019. L’Artico norvegese è tornato ad essere la prima linea di difesa contro la Russia, a protezione delle linee di comunicazione atlantica lungo la linea Giuk.
Un continuum strategico che ribolle, in piena crisi geopolitica fra la Russia e l’Occidente americano, con trattati di disarmo nucleare che traballano e venti di guerra fredda. L’11 novembre, a Parigi, Putin e Trump avranno molti temi da discutere. In primis la salvaguarduia del Tratto sulle forze nucleari intermedie (Imf), in ballo c’è la stabilità dell’Europa e dell’arco d’acciaio che si stende nuovamente dalla Scandinavia alla Crimea. Oslo sa di essere in prima linea, sentinella degli accessi atlantici russi. Si sente minacciata. Tanto da rivedere le politiche d’antan e ammorbidire gli “avvisi» al Patto atlantico, che escludevano lo stazionamento permanente di truppe straniere sul suo territorio fin quando non ci fosse stato un attacco armato o una minaccia dietro l’angolo.
È oggi il caso? La geostrategia ha eletto la Norvegia a baluardo eminente sulle due sponde del canale di Barents. L’ubicazione dell’esercitazione Trident Juncture non poteva essere più azzeccata. Le manovre russe “Zapad 2017” hanno creato un elemento di novità. Mentre gli occidentali si aspettavano il grosso delle azioni nel Baltico, Mosca ha compiuto una grande azione diversiva nell’Artico e nell’Atlantico del Nord. Una delle fasi di Zapad ha simulato infatti uno sbarco anfibio sull’arcipelago delle Svalbard. Sotto sovranità norvegese, le Svalbard sono un territorio smilitarizzato dal 1920. I russi hanno forse forzato la mano? Gli americani sono corsi ai ripari. Richiesti da Oslo, trecento marines stazionano ormai stabilmente a Vaernes.
Il Pentagono ha riattivato gli stock di materiali preposizionati nel Trondelag. Ci si prepara a ogni eventualità. I russi fanno sul serio. Rivendicano la quasi totalità degli opulentissimi fondali artici. Hanno in mente di spiazzare tutti. Puntano a cablare con la fibra ottica militare tutta la dorsale dall’Artico al Pacifico. Entro il 2025 poseranno 12.700 chilometri di cavi trans-artici per i bisogni della marina da guerra. Un affare da seguire.