Il Messaggero, 2 novembre 2018
Intervista a Fiona Mozley
Fiona Mozley parla con un leggero accento dello Yorkshire; e basterebbe questo per pensare subito a certe pagine di Emily Brontë. Il suo primo, potente romanzo, Elmet, è stato definito l’«esordio dell’anno» da Times e Guardian ed è finito tra i finalisti del Man Booker Prize, il più prestigioso premio del Regno Unito. «È stata un’esperienza straordinaria, che ha cambiato la mia vita», racconta la scrittrice, 30 anni appena compiuti. Ora Elmet viene pubblicato da Fazi, e il libro mantiene tutta la sua forza gotica e drammatica, anche se le inflessioni dialettali (che c’erano anche in Cime tempestose) nella traduzione, inevitabilmente, si perdono.
Miss Mozley, lei ha studiato a Cambridge e sta terminando il dottorato in storia medievale. Elmet è stato l’ultimo dei regni celtici indipendenti d’Inghilterra, e lei cita nell’epigrafe iniziale proprio un volume dedicato a quella regione, del poeta Ted Hughes.
«Mi sono imbattuta in quel libro quando avevo già cominciato a scrivere, così ho cambiato il titolo in Elmet, il nome antico che risale a quando i romani lasciarono la Britannia. Ma non viene da Hughes, l’ispirazione originale».
La storia si svolge ai nostri giorni ma sembra una storia medievale, ancestrale, ambientata in un bosco dove si caccia con l’arco, c’è un signorotto locale, alcuni cattivi...
«Sì, è vero, si svolge oggi ma racconta alcuni temi sociali e politici che potrebbero essere stati all’ordine del giorno ai tempi del Medioevo».
I suoi protagonisti sono un padre – che si guadagna da vivere con gli incontri di boxe clandestini – e i suoi figli che decidono, per così dire, di andare via dalla pazza folla. Vivono in una foresta dove si sentono minacciati da un signorotto locale. Si direbbe un racconto di epoca romantica, con tanto di faida familiare.
«Sì, credo di essermi ispirata ad autori come Thomas Hardy, e anche a Il mulino sulla Floss di George Eliot; ma in termini narrativi mi sono ispirata piuttosto ai western americani: un personaggio combatte contro un ambiente ostile; c’è una comunità, una resa dei conti finale».
Quindi, una sorta di western dirottato nel Nord dell’Inghilterra?
«Sì era esattamente il tipo di effetto che volevo raggiungere».
Molti critici lo hanno definito un romanzo gotico. È d’accordo?
«Non ci pensavo mentre lo stavo scrivendo, ma in effetti molti romanzi di quel genere vengono da questa parte del mondo. La storia di Elmet è ambientata non molto lontano dai luoghi delle sorelle Brontë: Cime tempestose, Jane Eyre C’è lo stesso tema del passato che torna a funestare il presente».
Sembra che lei abbia molto apprezzato in particolare il capolavoro di Emily Brontë.
«Sì e credo di avere pensato proprio a Cime tempestose quando ho scelto il nome di Cathy per una delle protagoniste» (Catherine Earnshaw è la protagonista del romanzo di Emily Brontë, ndr).
Anche il tema dell’identità sessuale è un tema predominante. Lei racconta la storia attraverso l’io narrante di Daniel, fratello adolescente di Cathy.
«Sì, avevo in mente i personaggi del padre e della figlia sin dall’inizio, e avevo bisogno di qualcuno che facesse da ponte tra questi due personaggi».
Il secondo romanzo è il più difficile da affrontare. Lo sta già scrivendo?
«Sì, spero di finirlo entro quest’anno».
E cosa racconterà?
«Oh, è molto diverso da Elmet, anche se si ritrovano gli stessi temi della proprietà, dell’identità, della relazione tra le persone e i luoghi in cui abitano; ma l’ambientazione e il tono sono molto diversi».