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 2018  novembre 02 Venerdì calendario

Intervista a César Luis Menotti

BUENOS AIRES Stesso bar, stesso tavolo, stessi amici. La banda del Flaco aspetta all’angolo tra Esmeralda e Paraguay, fuori dal Cafè Saint Moritz, dove un giovane Borges veniva a prendere il tè con la madre Leonor Acevedo. Tra l’elegante Barrio Norte, con i suoi tetti scuri in ardesia modello Parigi, e la caotica city tutta banche e broker. Il giornalaio Carmelo è l’unico a conoscere l’agenda di Menotti: inutile chiamarlo, quando si avvicina il suo compleanno El Flaconon risponde a nessuno.
César, sono 80 candeline.
«Il 10 non me lo ricordo, il 20 ti fa felice, ai 30 sei un tipo grande. I 40 e i 50 sono la migliore età, se stai bene. Da lì in poi il cammino comincia ad accorciarsi».
Si diventa più saggi?
«Macché saggi. Al contrario. Il peggio è che si perde la voglia. La saggezza nasce dalla partecipazione. Con l’età ti stanchi prima e la saggezza se ne va a la mierda».
Ci si rassegna?
«Io continuo a discutere e studiare come se dovessi vivere altri 80 anni, eppure le cose che prima mi rendevano ribelle e combattivo adesso mi danno tristezza, questo è il problema».
Il passare del tempo la infastidisce?
«Non mi disturba il tempo che passa, ma la de-culturalizzazione profonda della società, in particolare quella argentina. Mi fa male la grande bugia del progresso. Senza un presente solido, che futuro può esserci?».
Cos’è che le fa paura?
«Cerco di scappare dalla decadenza che sento nei media, nella cultura, nelle conversazioni. Siamo un paese che si dissolve nel nulla. “Non ci unisce l’amore ma lo spavento” disse Borges. Ed è vero».
L’avvicinarsi del capolinea: inevitabile pensarci?
«Sì, ci si pensa. Non si può evitare. Mio padre è morto presto, quando avevo 15 anni. Io ero figlio unico e andai subito dietro ai più grandi, e quelli che prima erano più grandi adesso cominciano ad andarsene».
Ha nostalgia di qualcosa?
«Sì, nostalgia ne ho. Non tanto dell’attività, della partecipazione diretta, ma di un’altra epoca. Gli affari hanno distrutto la relazione affettiva tra la gente e i calciatori, che spesso perdono di vista il compromesso, l’orgoglio di poter rappresentare la gente. I grandi scenari li hanno creati loro, teatri da 70.000 posti pieni ogni domenica: non l’ha mai fatto nessun altro spettacolo. Solo il fútbol. Il pallone è sempre stato l’allegria del popolo, non l’oppio. Un fatto culturale».
Cosa lascia in eredità?
«Aver rivendicato uno stile, una genetica del fútbol argentino. Che va rispettata, senza inventare cose strane. Non sono uguali argentini, uruguaiani e brasiliani, come non lo sono spagnoli e italiani».
Quando se n’è accorto?
«Giocando in Brasile, a fine carriera. Nel ’68 ero riserva nel Santos di Pelé e Clodoaldo, poi campioni del mondo in Messico. L’anno dopo, con la Juventus di San Paolo incrociavamo gente come Rivelino e Tostão. Tornato in Argentina cominciai ad allenare, ed erano solo calci e botte. Presi l’Huracan nel ’71 e nel ’73 vincemmo alla grande. Per questo mi chiamarano alla guida della Selección, non per l’esperienza ma perché avevamo vinto giocando bene».
L’inizio del processo Menotti.
«Cominciai a difendere il lavoro e il mestiere dell’allenatore. Della nazionale del ‘74 non era rimasto nessuno, non avevo attaccanti con un minimo d’esperienza. Organizzammo varie selezioni con giocatori dell’entroterra che potessero allenarsi insieme, era inutile che si ritrovassero solo prima di una partita ufficiale. Così vennero fuori i Kempes, i Passarella, gli Ardiles. Li portavamo a giocare a Mar del Plata contro Boca e River per fortificare la relazione con il pubblico. Dovevano sentire anche fischi e insulti, se necessario. Come da piccolo con i genitori, se ti comporti male: che la gente li rimproverasse, ma a fin di bene».
Menotti a Bilardo: due scuole opposte.
«Con lui ho sempre avuto una relazione cordiale, la nostra rivalità è stata prodotta dai media, con giornalisti che si scannavano tra loro. Non ho mai litigato con qualcuno perché la pensasse diversamente da me. Posso discutere le idee, non le persone».
Con il Dottore il tempo è stato meno clemente. Che effetto le fa saperlo ammalato?
«Mi fa male, molto. È tanto che non gli parlo. Ha dato la vita per il pallone. L’unica cosa su cui siamo sempre stati d’accordo è che il fútbol ti toglie tutto a livello affettivo, quando lo giochi e quando alleni».
Menottismo e bilardismo: ha senso parlarne ancora?
«Il fútbol dà spazio a tutti. A me piace avere il pallone, lo voglio tenere sempre per me. Non è una questione personale, è un’altra maniera di vivere il calcio, una differenza tra stili di vita. Si gioca come si vive, in fondo. Non vuol dire che io sia meglio di un altro al quale il possesso palla non interessa, come può essere Diego Simeone. Rispetto chi ha un’idea e la difende».
Chi non sopporta?
«Chi dice che vincere è l’unica cosa che conta. Peggio ancora quando mi dicono "vincere a ogni costo". C’è modo e modo. Il tifoso vuole vincere giocando bene, meglio si gioca più è contento. Le più grandi squadre della storia hanno vinto giocando bene. Il Milan di Arrigo Sacchi e l’Olanda di Cruyff, che non ha vinto ma ha rivoluzionato il modo di pensare il calcio. Il Barça di Pep Guardiola».
Guardiola e Simeone: i vostri eredi?
«Sono solo due esempi, ce ne sono molti altri. Simeone ha la sua idea e la porta avanti a modo suo, e Guardiola ha un altro ideale, che non abbandona mai. A me piace Pep perché mi piacevano Cruyff, Rinus Michels o Sacchi, mentre Helenio Herrera mi dava mal di testa. Se sono un giocatore voglio la palla nei piedi tutto il tempo, non voglio correre dietro a un pallone per toccarlo tre volte in 90 minuti. Nemmeno se vinco».
Non oso chiederle di moduli.
«Il discorso è semplice: Do, Re, Mi, Fa, Sol. Il Do può essere lungo o corto, ma non sarà mai un Re. Oggi un allenatore inventa un’espressione, un giornalista la ripete e nasce un nuovo idioma: 4-2-3-1, 4-3-1-2, ma dove li vedi? Il fútbol è dinamico e la pelota è come una poesia, cominci a leggerla e non sai mai cosa troverai».