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Adriano Giannini dal giardino spia dentro la finestra di uno scantinato, osservato a sua volta dal vicino di casa. Marcello Fonte, fresco di Palma d’oro per il Dogman di Garrone, indossa un paio di occhialetti tondi e il ruolo di chi vive le vite degli altri. Ora chiama Giannini verso la siepe di confine per dirgli che se serve un aiuto, comprare l’auto in vendita della coppia, lui c’è. Ovviamente non ha capito molto del dramma familiare in corso. Come del resto succede a chi osserva il set nella villetta a schiera di Casal Palocco dove Francesca Archibugi gira Un anno in Italia (prodotto da Lotus con Raicinema): «Un altro pezzetto della commedia umana che sto mettendo in scena dai tempi di Mignon è partita».
Cosa lega questo film a quello di trent’anni fa?
«Come diceva Natalia Ginzburg, in fondo tutti i miei personaggi sono oscuramente parenti. La famiglia è un nucleo che nel balletto della vita tira dentro altre persone. Il vicino, il primario, la babysitter entrano nel giro e in certi momenti della vita diventano parenti. Questo film è la storia di una crisi. Giannini è un giornalista che arranca; la moglie, Micaela Ramazzotti, un’ex ballerina che insegna danza a signore in sovrappeso. Per badare alla figlia di sei anni, malata di asma, arriva una ragazza alla pari irlandese che rivoluzionerà le loro vite. Poi ci sono la ex moglie e il figlio di Giannini, l’ala ricca della famiglia. Oggi ci sono discrepanze sociali nello stesso nucleo: tu anneghi, altri vanno su».
E poi c’è Roma, per lei "magnifica e incomprensibile, stratificata, materna e matrigna".
«C’è la Roma dell’arte e c’è quella faticosa di chi si è spostato in una dignitosa periferia, come la Primavalle del film, per non affogare. Invece la città ti tradisce: non ci sono mezzi, non ritirano la spazzatura. Meriteresti trasporti efficienti e non il venerdì nero, il lunedì nerissimo, il tappo sul raccordo».
La Roma dell’arte?
«È legata al percorso della studentessa, l’olografia sacra si sposa a una sua idea cattolica. Ma la ragazza si scontra con l’amoralità della menzogna. L’abitudine di risolvere i nostri problemi mentendo è scioccante per chi pensa che la menzogna sia un dramma per la coscienza».
L’assuefazione riguarda anche la vita pubblica.
«Sconvolgente. Ma non è iniziata con i quattro cialtroni attuali, ma con Berlusconi: vorrei ricordare che per il nostro parlamento una certa signorina era la nipote di Mubarak. Come fa una cosa come questa a non arrivare nelle case?».
La malattia ricorre nei suoi film: il tentato suicidio in "Mignon è partita", la gamba rotta di Sandrine Bonnaire in "Verso sera", gli ospedali di "Il grande cocomero" e "Questioni di cuore"...
«La malattia è un atto di ribellione. Quando si rompe il corpo c’è qualcosa nella psiche che si inizia a muovere. Nella crisi le persone esprimono meglio il proprio sé».
Lei ha scritto "Notti magiche" con Piccolo e Virzì. Che anni erano, i Novanta?
«Formidabili, sconvolgenti, divertenti. Ricordo tanto cinema narcisista: per un genio come Nanni Moretti, c’era una quantità di film insopportabili di gente che si guardava l’ombelico. Notti magiche racconta il mondo narrativo di chi combatteva per la sala, rispettava il pubblico».
Erano anche anni di maschilismo nel cinema.
«Sì. Oggi credo sia un po’ meglio, malgrado le denunce sacrosante. Era difficile, non solo perché ti saltavano addosso, ma per il sospetto e il disprezzo che ti accompagnavano: se facevi qualcosa era perché eri l’amante di qualcuno. Il pregiudizio era più umiliante delle telefonate di chi prendeva il tuo numero dal copione e si credeva in diritto di chiamarti come se facesse parte della cosa...».
È stata la prima regista sul set con la gonna.
«Mai pensato di mettermi stivali e cappello. Volevo raccontare una storia, non fare la regista. Altri vogliono il ruolo, stare in cima alla piramide».
Com’era la regista 26enne di "Mignon è partita"?
«Aveva le idee molto più lucide di ora, con l’età ci si ammorbidisce. All’epoca si facevano solo film generazionali, non di formazione. La mia idea era il racconto ottocentesco: Mignon è un archetipo letterario - la straniera nel Meister di Goethe come in Falso movimento di Wenders - su cui ho costruito una storia contemporanea. Questa cosa non l’ho persa, negli anni è cambiato il modo di girare. Mi piace annullare la macchina da presa, l’idea la storia si racconti e non che ci sia dietro il bravo regista con i dolly».
Ha vinto molti premi, mai alla regia.
«Non ho rimpianti, né rivendicazioni, ma l’ho notato. Riguarda il fatto che se sei donna ti riconoscono qualcosa, ma vogliono comunque accorciarti la statura. Mignon fu rifiutato alla Mostra di Venezia, in Italia lo liquidavano come "carino". Trionfò al Festival di San Sebastian e in Francia. Uscì in sala con un medagliere non italiano».
C’è stato chi ha creduto in lei.
«Sì. Monicelli al Centro Sperimentale scherzando mi chiamava "maestro". Scarpelli, la prima volta che lesse un mio compito: "Tu sei Archibugi? Ho unito dei dialoghi a degli occhi". Mastroianni dopo Mignon mi chiamò: "Voglio assolutamente lavorare con te". Come posso dirmi sfortunata? Oggi, dopo momenti alterni, gli attori che chiamo corrono. Per la cura e l’amore che ho per i personaggi. Io dico loro: non so come verrà il film, ma voi sarete bravi».