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 2018  novembre 02 Venerdì calendario

Il rilancio della seta made in Italy

NOVE ( VICENZA) Cos’è che fa andare la filanda? Chi c’è dietro la rinascita della seta italiana (al 100 per cento, dal bozzolo al filato), dopo cinquant’anni di oblio e di tessuti intrecciati con i fili in arrivo dall’Estremo Oriente? Il sogno, la passione, il coraggio, forse l’incoscienza di due imprenditori vicentini, Giampietro Zonta e Daniela Raccanello, fondatori di una delle piccole aziende orafe sopravvissute a un decennio di crisi sanguinosa che ha bruciato migliaia di posti di lavoro. Per capire cosa abbiano a che fare i gioielli con la seta e come sia stato possibile ricreare un’intera filiera, dal baco al filo di seta, cioè ridar vita a un’attività che da decenni tutti giudicavano economicamente insostenibile, bisogna sintonizzarsi con il mondo visionario dei coniugi Zonta. Un mondo dove le parole sogno, etica, missione, giusto compenso, chilometro zero ricorrono con una frequenza inusuale per un’azienda che sta sul mercato. La piccola azienda si chiama D’orica, nasce nella taverna di casa Zonta 29 anni orsono, quando Giampietro acquista le prime macchine e insieme alla moglie Daniela, che li disegna, comincia a confezionare e a vendere i gioielli in oro. È in quegli anni che si consolidano le linee guida di quella che, con il tempo, da piccolo laboratorio artigianale diventerà un’azienda e un marchio conosciuti in molti Paesi del mondo. Principio base: niente assemblaggi, tutto fatto in casa, chilometro zero, dall’oro fino al prodotto finale. Lavoro solo su ordinazione, sono i clienti a cercare D’orica e non viceversa. E grande investimento sulle risorse umane: alla D’orica, per dire, si lavora dal lunedì pomeriggio al venerdì sera: «Nel weekend ci divertiamo». I 27 dipendenti lavorano divisi su 17 turni: ognuno ha il suo orario, su misura delle proprie esigenze familiari. Quattro anni fa Zonta ha regalato quote dell’azienda a due collaboratori (qui è vietato chiamarli “dipendenti"). E ogni quattro mesi, in busta paga, si divide tra tutti una quota dei profitti realizzati. Nel bellissimo edificio eco-sostenibile di Nove, Alto Vicentino, ai piedi dell’altopiano di Asiago, D’orica resiste alla crisi grazie alla filosofia aziendale “sui generis”, alla creatività dei modelli disegnati da Daniela e alla fantasia di Giampietro, instancabile divulgatore dell’originalità della sua azienda. Quattro anni fa, l’idea (di Daniela) di produrre gioielli in oro e fili di cachemire, poi corretta – durante un viaggio nel caldo di Dubai – nella formula oro più seta. E qui nasce il problema, perché i pilastri ideali su cui è costruita D’orica impongono il chilometro zero, ma una rapida ricerca su Internet rivela che di seta, in Italia, non se ne produce più dagli anni 70. Ostacolo insormontabile ma non per Zonta, che parte all’esplorazione di quel che resta del mondo italiano della seta. Una storia straordinaria di manifattura, cultura e perfino geopolitica, che s’interrompe bruscamente per prosaiche questioni di business. Zonta scova a Castelfranco Veneto una piccola filanda a titolo costante, che acquista per 15 mila euro e restaura tra mille difficoltà (dei circa 1.500 pezzi di cui è composta ne mancano almeno 200), con l’aiuto di alcuni anziani che a suo tempo ci avevano lavorato. E intanto prova a ricostruire la filiera (i gelsi, l’allevamento dei bachi) che garantisca l’approvvigionamento dei bozzoli necessari per alimentare il lavoro della filanda. Quattro anni per dare forma e sostanza a un sogno impossibile. La grande emozione della prima trattura di seta italiana, il ripetersi del «miracolo della natura», la follia di un progetto che economicamente non sta in piedi: «Se avessi fatto un business plan – racconta – non saremmo mai partiti. Solo l’acquisto dei bozzoli costa il doppio rispetto all’importazione dalla Cina di un filo di seta già fatto». Anche perché Zonta paga il giusto compenso ad agricoltori e allevatori e si impegna a ritirare tutti i bozzoli, compresi quelli che per qualità inferiore dovrà necessariamente scartare. Un investimento di parecchie centinaia di migliaia di euro che sarebbero soldi buttati se dietro a tutto questo non ci fosse l’intuizione imprenditoriale: «Continuava a dirmi: vedrai, sarà una bomba», racconta Daniela Raccanello. Aveva ragione: più il progetto prende forma, più cresce l’interesse per la seta italiana al 100 per cento. Uno stilista, Alberto Zambelli, la acquista per le creazioni del suo atelier. Le grandi aziende tessili osservano prima incuriosite, poi preoccupate. E il mese scorso D’orica presenta la prima collezione di gioielli in oro e seta. Si chiama Treesure. A Nove, provincia di Vicenza, le collaboratrici di Zonta e Raccanello, qualcosa a metà strada tra le orafe e le sarte, intrecciano i fili d’oro con quelli di seta e allineano i gioielli nelle scatole foderate di velluto. Sono i primi campionari, faranno il giro del mondo.