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 2018  novembre 02 Venerdì calendario

I cimiteri virtuali

Vi piacciono i social network? Perché non provare Eter9, una versione ispirata a Facebook che vale per l’eternità? Dovete aprire un conto in banca? Anche i contenuti digitali si possono assicurare. Non potete andare a un funerale? C’è lo streaming.
Dai social network alle mail, passando per i funerali e i ricordi, il mondo del post mortem si sta adeguando alle nuove tecnologie. Sono passati alcuni anni dall’uscita dell’episodio Be Right Back della serie tv Black Mirror in cui Martha, dopo la morte del fidanzato Ash, scopre un’applicazione che le permette di parlare con un’intelligenza artificiale simile al compagno defunto. Ma la realtà spesso supera la fantasia e infatti già nel 2016 una programmatrice, Eugenia Kuyda, ha inventato qualcosa di simile, Replika: un bot per chattare ispirato a un amico da poco scomparso, Roman Mazurenko.
«Quello del Death Digital Manager è il lavoro del futuro» spiega Davide Sisto, tanatologo esperto del rapporto tra morte e digitale, che ha da poco pubblicato per Bollati Boringhieri il libro di successo La morte si fa social. Start-up e aziende si dedicano sempre più a intercettare un bisogno crescente: gestire i propri lasciti virtuali e trattare con la morte ai tempi della tecnologia.
In questo panorama sono nati social network con profili in grado di funzionare in modo autonomo. È il caso di Eter9, dove il proprio avatar può pubblicare contenuti mentre l’utente è offline, potenzialmente anche dopo la morte. Lo slogan è «vieni a conoscere la tua controparte e diventa eterno». Oggi nulla accade ancora, siamo in versione beta: centinaia di utenti iscritti ma le controparti funzionano poco. Provando a testarlo, il nostro avatar è ancora addormentato. Chissà cosa farà quando deciderà di attivarsi: manderà una foto? Proporrà una canzone? La responsabilità di «eternizzare» i contenuti, come chiede il social, è grande.
Le capsule del tempo
C’è poi chi pensa anche ai nostri ricordi, costruendo «capsule del tempo»: luoghi virtuali dove stipare foto e video e far sì che, dopo la morte, qualcuno possa accedervi. Chi? Lo decidiamo noi. Nel caso di eMemory, molto simile alla newyorchese SafeBeyond, si tratta di documenti che possono essere aperti con chiavi crittografate, in possesso di persone scelte dagli utenti. Ognuna di loro potrà vedere una foto, un video o un ricordo anche tra dieci anni: è l’utente a decidere quando «rilasciarlo». Avviato dal 2016, è un servizio integrato per chi utilizza la Banca Alpi Marittime. «Stiamo lanciando proprio ora uno spin-off dedicato esclusivamente all’eredità digitale, eLegacy» spiega Pietro Jarre, il fondatore. Un servizio che potrebbe essere collegato alle compagnie assicurative.
Le scatole emotive
Ma c’è anche chi parte da un altro punto di vista: Don’t Share, start-up italiana nata nel 2016, punta a rompere il paradigma dell’iper-condivisione social. «Il nostro box è come una polizza assicurativa. Invece che occuparsi di soldi assicura la sfera emotiva» dice Mauro Mercatanti. Si tratta di uno scrigno digitale in cui inserire contenuti da lasciare ai propri cari. «Abbiamo notato che c’è una grande difficoltà a parlare di morte: per questo oltre alla Life Box proporremo la Birth Box o la Love Box».
Ma non finisce qui. I funerali in streaming sono ormai una realtà in diversi Paesi del mondo. Il ceo della neozelandese OneRoom, Moran Zur, racconta che oggi in Nuova Zelanda è normale offrire nel pacchetto anche lo streaming del rito funebre. In Italia c’è ancora un po’ di resistenza ma anche chi, come la Fondazione Memories di Milano, lavora dal 2013 a un progetto – il Giardino dei Sentieri – per uno spazio che possa contenere, contemporaneamente, l’urna cineraria del defunto e un database digitale di ricordi virtuali: «Puntiamo a realizzare 20 mila cellette – spiega il coordinatore Marco Carnevale – e successivamente ad espanderci». Il costo? Quattromila euro una volta nella vita. In cambio dell’eternità. Ovviamente virtuale.