La Stampa, 2 novembre 2018
Italia, record di frane
Che l’Italia sia in dissesto continuo non lo testimonia soltanto la frana del Tessina (Bellunese), probabilmente la più grande d’Europa, che si è rimessa in moto, ma le centinaia di smottamenti locali che caratterizzano quest’autunno.
Di più, il nostro Paese detiene il record europeo delle frane: su circa 750.000 censite sul continente, oltre 620.000 interessano la Penisola. Una situazione nota da secoli e aggravata dal cambiamento delle piogge, le cosiddette «bombe d’acqua», e dalla cementificazione del territorio, che rende impermeabili i terreni impedendo all’acqua di infiltrarsi.
Le colate di fango
Secondo il Cnr, il totale delle terre a rischio idrogeologico, in Italia, è pari al 47%. Se guardiamo alle frane, la pericolosità assomma al 20%, con alcune regioni che hanno ben il 100% del territorio a rischio. Una frana ogni 45 minuti, in media: per questo fra i 3 e i 7 milioni di concittadini possono trovarsi in pericolo. E se le frane sono distribuite dappertutto, le vittime (7 morti al mese, di media, in Italia) sono di gran lunga prevalenti al Sud.
Ma dove possiamo prevedere che la terra si metterà, o rimetterà, in movimento? Partendo da Nord-Ovest, si possono includere tutti i rilievi della Val d’Aosta e i corsi d’acqua tributari del Po, che già hanno mostrato estrema fragilità durante le piogge degli Anni 90 e inizio 2000. Poi Lombardia Nord-Orientale e Veneto Settentrionale: qui i nomi sono diventati storia e tragedia, come al Vajont (1963), dove si misero in moto oltre 25 milioni di metri cubi di acqua e fango, quattro volte di più della frana del Tessina di oggi.
La Liguria è forse la regione settentrionale che presenta le condizioni peggiori, stretta fra le Alpi e il mare, con un inurbamento dissennato e ricorrenze meteorologiche estreme. Alle Cinque Terre è sistematico il movimento di una miriade di piccole frane. Solo a causa della scarsa densità di popolazione l’Appennino Emiliano e Toscano Settentrionale non presenta un conto più salato, ma continua a franare regolarmente ogni autunno. Le Marche hanno una pericolosità da frana molto elevata, ma ormai abbiamo dimenticato la grande frana di Ancona, messasi in moto l’ultima volta nel 1982, e riportata addirittura nei libri di scuola. Nelle aree metropolitane come Roma e Napoli la pericolosità da frana è accresciuta dalla presenza di cemento e asfalto e si concretizza soprattutto in voragini. Ma la Campania è la regione dove ci aspettiamo più frane nel prossimo futuro, a partire dalla penisola sorrentina, appesantita all’inverosimile dalle costruzioni. Qui si tratta, più propriamente, di colate di fango, la tipologia di smottamento più mortifera al mondo. Il primato per provincia spetta ad Avellino e all’Irpinia, quasi tre volte l’anno oggetto di frane. E con il Molise contendono a quella del Tessina il primato negativo della frana più grande d’Europa nel loro territorio. Si è spento il ricordo di tragedie epocali come quella di Sarno (1998), in cui morirono 150 persone a causa di una mescolanza di incuria, aggressione al territorio, impreparazione culturale e abusivismo.
Stragi per troppo cemento
Calabria e Lucania, meno densamente popolate, hanno una pericolosità minore per le frane, ma complessivamente un rischio elevato se consideriamo anche le alluvioni, tenendo presente Soverato (2002) e il Pollino (Raganello, lo scorso settembre). L’altra zona a massimo rischio è il Messinese, dove già nel 2009 più di trenta persone hanno perso la vita, soprattutto per via dell’aggressione illegittima al territorio, perpetrata anche in Sardegna orientale.
Dal punto di vista geologico, una frana è soltanto un fenomeno naturale che porta al trasferimento di materiale roccioso dall’alto in basso grazie alla forza di gravità. Un evento che, per quanto improvviso, può essere previsto o ricordato, vista la quantità di luoghi che in Italia vengono chiamati «la Valanga» o «la Ruina». Si è costruito dove non si doveva, sono stati fatti condoni edilizi che sarebbero risultati aberrazione in ogni altra parte del mondo civile e, soprattutto, non si abbatte alcuna delle costruzioni abusive, facendo forza su un presunto stato di necessità: come nel malaffare si debbono seguire i soldi, così nel rischio idrogeologico andrebbero seguite le costruzioni non pianificate e illegittime per trovare i colpevoli.