La Stampa, 2 novembre 2018
Youngstown (Ohio) e la crisi americana dell’acciaio
«Ho votato Trump e non me ne pento, ma la nostra città è condannata e neanche lui riuscirà a salvarla». Dopo aver sentito il giudizio disperato di Valery Lombardo, famiglia originaria di Caserta, non resterebbe altro da fare che salire in macchina e andare via. Come peraltro ha fatto oltre la metà degli abitanti di Youngstown, città dell’Ohio diventata simbolo di quella «carneficina americana» che ha aiutato l’imprevisto a conquistare la Casa Bianca. Qui però si gioca un bel pezzo delle Midterm del 6 novembre, e anche della rielezione del presidente nel 2020, perché se l’economia non riparte il progetto di Trump fallisce.
Youngstown è una metafora del sogno americano, che con la stessa rapidità ti porta alle stelle, e ti sbatte a terra. Fondata nel 1797 da un pioniere newyorchese di nome John Young, in breve era diventata la regina della Mahoning County. A metà strada fra Chicago e Manhattan, si era sviluppata prima grazie al carbone, e poi all’acciaio, come uno dei principali centri di produzione nella «Rust Belt». Quelli erano i tempi della prosperità in cui l’avevano scoperta anche i migranti italiani, come i padri di Valery Lombardo. Proprio gli italiani e gli irlandesi si erano scontrati con il Ku Klux Klan, molto forte nella zona ma non concentrato solo sull’odio verso i neri, tanto che nel 1924 il governatore Victor Donahey era stato costretto a dichiarare la legge marziale. Un’America d’altri tempi, ricca, veloce, spietata e selvaggia. La capitale dell’acciaio però era riuscita ad affermarsi, diventando anche un centro accademico, con la fondazione della Youngstown State University nel 1908.
La crisi economica
Poi, come spesso accade qui, il disastro era arrivato più veloce ancora del successo. Posizione e cambiamento dei mezzi di trasporto non hanno aiutato la Mahoning County, e l’evoluzione dell’industria del metallo l’ha lasciata alle spalle. Una dopo l’altra le acciaierie hanno chiuso, trasformandola in una città fantasma, tipo quelle dimenticate nel Far West. Solo che non c’è nulla di romantico negli edifici arrugginiti del centro. La popolazione si è dimezzata e la sua crisi è diventata un simbolo.
I tentativi di salvataggio
Durante gli anni di Obama la rinascita è stata tentata con iniziative tipo il Business Incubator, agenzia che aiuta le start up tecnologiche ad aprire qui i loro uffici, in cambio di trattamenti fiscali di favore. Ma anche Jim Cossler, che la gestisce, ammette le difficoltà: «Abbiamo ottenuto grandi risultati, considerando le condizioni di partenza. Però nulla riporterà qui i posti di lavoro e la prosperità delle acciaierie». Trump ha imposto le tariffe sulle importazioni del metallo e promesso di riaprire i «mill», ma pochi ci credono: «La compagnia francese Vallourec ha uno stabilimento per fare i tubi necessari all’estrazione dello shale gas, che sta prendendo piede qui. Ma sono circa 300 posti, niente più». La disoccupazione resta oltre il doppio della media nazionale, accompagnata da un’epidemia di oppiacei che nell’ultimo anno ha visto aumentare del 30% le overdose. L’alta tecnologia può riportare il lavoro, ma non nelle proporzioni del passato: «Sull’Intelligenza artificiale – dice Cossler – gira questa battuta. Le aziende di AI avranno due dipendenti: un uomo, la cui mansione sarà accendere le macchine, e un cane, che avrà il compito di morderlo se si dimentica. Non fa tanto ridere, ma è abbastanza vicina alla realtà».
Per questo Valery è scoraggiata: «Avevo studiato Marketing alla Youngstown State University, ma subito dopo la laurea mi sono trasferita in Florida. Ero scappata, come tutti i miei coetanei. Ora sono tornata solo perché mia madre è vecchia e malata, e mi pagano per accudirla, ma andrò via di nuovo appena potrò. Ho bisogno di una città viva, mentre questa continua a morire. La gente è ignorante, non sa nulla del mondo e non vuole saperne nulla». Nel 2016 lei ha votato Trump, «perché non sopportavo più i politici di professione. Speravo che un uomo d’affari portasse un approccio diverso, cambiando davvero l’America. Non sono pentita, ma non credo che ci riuscirà. Sicuramente non a Youngstown».
La contraddizione sta nel fatto che in questa terra, diventata trumpista per disperazione, il deputato locale è il democratico Tim Ryan. I sondaggi dicono che batterà il rivale repubblicano DePizzo, perché si è dato da fare per cambiare il profilo economico del suo 13th District, e il portavoce Michael Zetts non esclude che nel 2020 possa sfidare Donald per la Casa Bianca: «Rappresenta il cuore dell’America che resiste, si rimbocca le maniche e rinasce». Soprattutto rappresenta una nuova corrente del partito, moderata e centrista, che si oppone alla rielezione della liberal californiana Nancy Pelosi come Speaker della Camera, se all’opposizione riuscirà davvero il colpo di riconquistarla. Che poi Youngstown torni alla vita, resuscitata dalla ripresa economica innescata dai tagli alle tasse e le guerre commerciali di Trump, è tutto un altro discorso, assai più complicato.