La Stampa, 2 novembre 2018
Intervista sulla prescrizione a Gian Domenico Caiazza, presidente delle Camere penali
Gian Domenico Caiazza, da pochi giorni presidente dell’Unione Camere penali italiane, ossia la schiera degli avvocati penalisti, si trova subito di fronte a una sfida epocale: i grillini vogliono praticamente abolire la prescrizione.
Che ne pensa?
«È la sorpresa peggiore che ci potessero fare. Non si affrontano temi di portata dirompente con tale faciloneria. È un intervento raccapricciante».
Addirittura?
«Guardi, nel merito siamo in totale disaccordo: la prescrizione è il sintomo di una malattia, non la causa. Il problema vero è che in Italia i tempi dei processi sono abnormi. Intervenire sulla durata dei processi ci sarebbe sembrato il minimo sindacale, invece qui vogliono demolire un istituto antichissimo di civiltà giuridica che certo non abbiamo inventato noi avvocati. Voglio fare un esempio per farci capire: il reato di rapina si prescrive in 18 anni e mezzo? Non bastano? È sensato tenere aperto un processo per 20 o 30 anni? Nelle forme, poi, quel che mi sento di dire è che l’emendamento è scritto con i piedi. Non si distingue nemmeno se la sentenza di primo grado è di colpevolezza o di assoluzione».
Cambia qualcosa?
«Dica lei: viene assolto in primo grado e a quel punto il pm ricorre in appello; attualmente c’è un tempo limite entro cui quel secondo grado deve essere fissato. Con questa bella proposta, lei resta ai comodi della corte d’appello che potrebbe tranquillamente fissarle il processo tra 2 o 3 o anche 8 anni. Tanto, la prescrizione è sospesa...».
Cioè si resta in un limbo?
«Io mi chiedo, ma questi che presentano riforme del genere, con chi si confrontano? Con chi parlano?».
Guardi che il primo sostenitore di questa riforma si chiama Piercamillo Davigo.
«Appunto».
Voi penalisti intanto, per non sbagliare, avete dichiarato lo stato di agitazione.
«Il grado minimo di protesta. Non protestiamo più forte perché abbiamo avuto sentore che quest’emendamento non ha il conforto di tutta la maggioranza».
Avete scritto infatti di prendere atto con sollievo che l’onorevole Molinari prendeva le distanze a nome della Lega di Matteo Salvini. Vi hanno già chiamato da quella parte?
«No comment. Diciamo che sappiamo di un notevole sconcerto in una parte. E abbiamo preso atto che non c’è ancora una scelta della maggioranza».
E va da sé che la vostra speranza è che questa decisione non arrivi mai.
«Domanda retorica».
Senta, il suo antagonista obbligato, il presidente dell’associazione nazionale magistrati Francesco Minisci, ha espresso una moderatissima soddisfazione e soprattutto tante riserve. L’Anm dice che si rischia di fare peggio perché sono le «lungaggini» il vero male della giustizia.
«Certo, anche i magistrati sono imbarazzati da questo modo di procedere. Sono loro i primi in grado di valutare l’assurdità tecnica dell’articolato. Ma poi quando il presidente Minisci esprime tanta cautela, io leggo tra le righe anche che nella magistratura associata, che sappiamo non essere monolitica, ci sono componenti che si rendono conto che non si procede con una accetta laddove occorre un bisturi affilatissimo».