Il Messaggero, 31 ottobre 2018
Trentacinque anni di misteri su Emanuela Orlandi
Trentacinque anni senza una verità: la scomparsa di Emanuela Orlandi, la giovane figlia del commesso vaticano, è un altro di quei misteri mai risolti. Un tempo infinito durante il quale la famiglia non ha mai smesso di combattere, di cercare risposte al loro dolore. Non c’è pista che non sia stata battuta, ipotesi che non siano state verificate dalla magistratura italiana. Da quel 22 giugno del 1983, giorno della sparizione, è stata un’altalena di delusioni e speranze mancate. Anni passati tra illazioni e depistaggi. E quella che all’inizio poteva sembrare come la fuitina di un’adolescente, è diventato uno dei casi più oscuri della storia italiana e della storia vaticana, che ha coinvolto l’Istituto per le Opere di Religione (Ior), la Banda della Magliana, il Banco Ambrosiano, la pedofilia, e i servizi segreti di diversi Paesi.
LE SIMILITUDINI
Il suo caso è stato collegato a quello di un’altra giovane scomparsa un mese prima: Mirella Gregori, coetanea di Emanuela. Ad accomunarli è una frase detta da Alì Agca, l’attentatore di Giovanni Paolo II. «Sono la stessa cosa», aveva dichiarato il turco. Ma nessun elemento comune è poi emerso, niente che avvalorasse questa pista.
È nel 2006 che si apre un nuovo fronte investigativo con le dichiarazioni di Sabrina Minardi, ex-moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano, che tra la primavera del 1982 e il novembre del 1984, aveva avuto una relazione con Enrico De Pedis, boss della Banda della Magliana. Quello che lei racconta porta alla banda e a un presunto coinvolgimento di monsignor Marcinkus, all’epoca responsabile della banca vaticana, lo Ior. «Avevamo portato Emanuela in una casa a Torvajanica – raccontò ai magistrati la Minardi – e proprio lì venne a trovarla il monsignore. Io sentii le urla della ragazza, ma Renatino mi disse di farmi gli affari miei». Quella che venne considerata una importante testimone aveva parlato altre volte di Marcinkus: «gli abbiamo portato più volte delle ragazze in un appartamento di via di Porta Angelica – aveva dichiarato – Io stessa ho accompagnato Emanuela a un appuntamento da lui e proprio in quell’occasione, vedendo questa ragazza un po’ su di giri, le ho chiesto il nome. Mi ha risposto candidamente: Emanuela».
L’ARCHIVIAZIONE
La procura è andata a cercare anche nella Basilica di Sant’Apollinare, dove era custodita la bara di Renatino De Pedis. Vennero trovati interi bauli di ossa, vennero analizzati, ma nessuna traccia di Emanuela è stata mai individuata. Sulla scena sono comparsi mitomani, depistatori, e ancora oggi c’è chi è pronto a raccontare chissà quale altra verità. Quella descritta dalla Minardi, sebbene densa di particolari, non è riuscita ad arrivare a niente. E l’ennesima inchiesta si è chiusa con una archiviazione.