Il Sole 24 Ore, 31 ottobre 2018
Storia dei bitcoin
Se il bitcoin fosse adottato in maniera generalizzata, da solo potrebbe provocare un rialzo di due gradi delle temperature globali in meno di vent’anni, annullando gli sforzi, già insufficienti, per contenere il riscaldamento globale. Forse a questo non aveva pensato Satoshi Nakamoto quando esattamente dieci anni fa ha messo in rete il paper che fissava le regole per «un sistema di pagamenti elettronici peer to peer», quello di bitcoin. Quell’enorme quantità di energia che rischia di accelerare il climate change nel nuovo sistema sostituisce di fatto gli intermediari bancari, trasformati in potenti server incaricati di risolvere complessi enigmi crittografici. E di costruire la blockchain di bitcoin.
Non sarà il sistema più sostenibile del mondo, ma quello disegnato dal misterioso Satoshi potrebbe sfociare in un nuovo ordine economico, tra “pari”, basato sulla disintermediazione totale. Oppure, al contrario, trasformarsi nell’incubo di una delle più grandi truffe della storia economica globale, un enorme schema Ponzi destinato a lasciare il cerino in mano agli ultimi arrivati.
Poco più di due mesi dopo, a inizio 2009, vedeva la luce il genesis block, il primo mattoncino della “catena dei blocchi” di bitcoin, dentro al quale Satoshi aveva inserito un titolo del Times - «Il Cancelliere sta preparando un secondo salvataggio per le banche» – che preannunciava un nuovo intervento di sostegno a un sistema finanziario globale in avvitamento all’indomani del fallimento di Lehman Brothers. E che il bitcoin, stando alle intenzioni, avrebbe reso del tutto superfluo.
Quotazioni sulle montagne russe
A dieci anni di distanza bitcoin esiste ancora, a dispetto delle peggiori previsioni. E questo è un dato di fatto. La prima quotazione di bitcoin risale all’ottobre 2009: allora con un dollaro si potevano comprare 1.309,03 bitcoin, il che significa che la criptovaluta valeva neanche un decimo di pence. Da mesi la quotazione oscilla tra 6 e 7mila dollari, con una stabilità del tutto anomala per uno strumento abituato a una vita sulle montagne russe. Proprio un anno fa era sul punto di esplodere sotto la spinta di un’ondata speculativa – o di una manovra costruita per manipolarne i prezzi, come sostengono in molti – che l’avrebbe portata a metà dicembre a sfiorare i 20mila dollari, per poi dimezzare il valore in un mese.
«Il bitcoin ha mostrato una resilienza straordinaria, la resistenza all’ossidazione che ci si aspetta dall’equivalente digitale dell’oro. È un fenomeno dirompente che non può essere né trascurato, né criminalizzato, tantomeno sminuito andando dietro alla chimera della blockchain magica», sostiene un entusiasta del bitcoin come Ferdinando Ametrano, direttore esecutivo dei Digital Gold Institute.
«Il white paper di Satoshi Nakamoto – spiega Luca Fantacci, docente di Storia e istituzioni del sistema finanziario alla Bocconi – prometteva una moneta elettronica senza intermediari non basata sulla fiducia, un contante digitale. Questa promessa non è stata mantenuta: nei suoi primi dieci anni bitcoin è stato usato assai più come oggetto di speculazione che come moneta. Nel futuro prossimo potrebbe diventare un mezzo di pagamento non al dettaglio, bensì all’ingrosso, cioè uno strumento di regolamento all’interno di sistemi di compensazione, come l’oro nel commercio internazionale, ma prima del gold standard che l’ha trasformato nella base per l’emissione di moneta fiduciaria e l’accumulazione di squilibri finanziari».
D’altra parte con una volatilità del genere difficile che possa candidarsi a essere uno strumento di pagamento affidabile. Provate a chiedere allo sviluppatore che nel 2011 fece la prima transazione fisica comprando due pizze per 10mila bitcoin, che oggi varrebbero la bellezza di 64 milioni di dollari! Tanto più che il meccanismo di consenso e certificazione della blockchain rende il sistema piuttosto lento e costoso in un mondo di denaro che si muove in tempo reale.
Investimento ad altissimo rischio
Ma anche come investimento si continua a confermare un mercato potenzialmente ad alto rendimento e altissimo rischio. L’anno scorso la paura di perdere il treno dei facili guadagni ha spinto molti risparmiatori sprovveduti a saltare sul carro in corsa, con il rischio concreto di vedere i propri risparmi volatilizzati. Il boom di bitcoin ha trascinato l’intero comparto delle criptovalute cresciute a dismisura. Oggi sono più di 2mila la monete quotate, stando al censimento di Coinmarketcap, con una capitalizzazione complessiva attorno ai 220 miliardi di dollari, la metà dei quali attribuibili proprio al bitcoin, dopo aver toccato un picco di oltre 800 miliardi a inizio anno.
A partire dal suo misterioso inventore, bitcoin è nato e cresciuto all’insegna della scarsa trasparenza e dell’anonimato – anzi, della pseudo anonimità – è stato sfruttato a piene mani da attori spregiudicati dando vita a vere e proprie truffe che non mancano mai in periodi di esuberanza finanziaria. Non è un mistero che il bitcoin fosse la valuta ufficiale di Silk Road, il mercato del deep web dove si scambiava di tutto, dalle armi alle sostanze illecite, prima di essere chiuso dalle autorità Usa.
Anche le Ico, le offerte iniziali di valuta, modalità di finanziamento delle iniziative in criptovaluta più simile al crowdfunding che non alle vere e proprie Ipo azionarie, sono esplose lo scorso anno, in assenza di regole e controlli che hanno lasciato spazio a iniziative quantomeno dubbie.
Tra regole e stablecoin
D’altra parte l’assenza di regole ha aperto la strada agli eccessi. A oggi le authority finanziarie globali non hanno ancora stabilito se si tratti di valuta, di security, di commodity o di una nuova categoria finanziaria. Wall Street ha cercato di imbrigliarlo ammettendo i contratti futures a Chicago all’inizio di dicembre. Ma poi non si è andati molto più avanti: ancora oggi la Sec non ha autorizzato nessun Etf che replichi l’andamento del bitcoin. Anche i big di Wall Street continuano a guardare al settore con interesse, ma poi faticano a passare all’azione.
Non è escluso che a breve si arrivi a un accordo internazionale per operare una stretta sull’uso delle criptovalute per riciclaggio di denaro sporco. Non c’è dubbio, infatti, che capitali di origine poco chiara siano entrati in questo mondo sfruttandone le opacità. Ci sono valute come Monero e Zcash che favoriscono il totale anonimato.
Allo stesso tempo diverse Banche centrali stanno osservando da vicino le criptovalute per capire se e come poterle utilizzare. Si può immaginare che una parte delle riserve possa finire in questo comparto, trattato alla stregua di oro digitale. Oppure che siano emesse valute digitali “ufficiali”. In questo senso le “stablecoin”, criptomonete agganciate a valute fiat, possono rappresentare copie della valute a corso legale.
La macchina della fiducia
Anche se non tutti sono d’accordo, il bitcoin non è che la prima applicazione della blockchain, la distributed ledger technology. Il sistema messo a punto da Nakamoto risolve in ambito digitale il problema della “doppia spesa”, garantendo la certificazione della transazione laddove non c’è la fiducia tra le parti, facendo il ruolo della terza parte che fa da certificatore. Tanto che l’Economist in una famosa copertina ha parlato di «macchina della fiducia». La blockchain ancora oggi è usata prevalentemente nella finanza, con il 60% delle iniziative. Ma si ampliano le applicazioni industriali, dalla logistica integrata con il sistema di fatturazione e di registrazione doganale alla supply chain per le filiere industriali o per la grande distribuzione, dalla certificazione di provenienza per l’agroalimentare a quella di qualità in chiave anticontraffazione.
È questa, forse, la vera innovazione che a dieci anni di distanza inizia a dispiegare i suoi effetti anche al di fuori del sistema finanziario. Stando ai più recenti dati di Diar, le startup attive su blockchain e criptovalute hanno raccolto 3,9 miliardi di dollari in investimenti nei primi nove mesi dell’anno, quasi quattro volte l’intero 2017.