la Repubblica, 31 ottobre 2018
La pugile ragazzina
Occhi verdi intarsiati su una città dai colori scuri come Catania, una immagine che racchiude tutto il fascino del contrasto. Martina La Piana è figlia dei suoi quasi 17 anni: social, like, coetanei, scuola, una famiglia composta da padre, madre e due fratelli più piccoli. Una vita come tante, anzi no. Martina è un fiore della boxe italiana: all’Olimpiade giovanile di Buenos Aires ha vinto qualche settimana fa la medaglia d’oro nella categoria 51 kg. Ha battuto l’indiana Jyoti, la statunitense Garcia (entrambe campionesse del mondo), in finale la nigeriana Gbadamosi. Più che battute, le ha dominate: «Fino ai miei 13 anni non avevo praticato nessuno sport. Poi ha prevalso il desiderio di emulare mio padre, fa il camionista e in gioventù è stato un ottimo pugile dilettante. Lui non voleva che salissi sul ring, adesso però è il mio primo tifoso e mi segue dappertutto insieme al mio maestro Giovanni Cavallaro». Il titolo europeo, poi l’avventura ai Giochi di Baires: «Una splendida esperienza che va oltre lo sport. Ho conosciuto gente di tutto il mondo. E poi la festa di chiusura, lì ho ballato e mangiato». Ballare, mangiare, mentre lo dice il tono è da trasgressione. «Amo i dolci, ma fare la boxe è anche sacrificio. Io fatico tanto a restare nei limiti di peso e quindi devo stare attenta a ciò che mangio. Mi piace anche ballare, ma tra la scuola – il liceo scientifico sportivo Vaccarini – e gli allenamenti finisco per frequentare poco le mie coetanee. Loro vanno in discoteca, io non ho il tempo per seguirle». Le foto di tutti i giorni evidenziano lineamenti delicati. «Qualche ammaccatura capita, ma fa parte del gioco, ci passo sopra tanta è la passione per questo sport. I corteggiatori non mancano. In molti chiedono di incontrarmi cercandomi anche su Facebook, non solo dall’Italia. Io gli rispondo che il fidanzato può aspettare». Eppure la simbologia di uno dei suoi profili – cuore spezzato + guantone da boxe = cuore intero – farebbe pensare a una delusione amorosa: «Niente di tutto questo. È solo una maniera per comunicare uno stato d’animo, magari un momento di tristezza. Come dire, se mi sento giù per fortuna c’è la palestra, un bell’allenamento e tutto passa». La boxe femminile ormai è sdoganata da stereotipi improbabili e sessisti. Katie Taylor, ex nazionale irlandese di calcio (un gol anche all’Italia), spopola a suon di ricchi contratti. Cecilia Braekhus, norvegese di origine colombiana, strega con la sua classe i ring di tutto il mondo. «La mia preferita è Katie, guardo sempre i suoi incontri e cerco di carpirne le qualità. Poi c’è la nostra Irma Testa. La stimo per i sacrifici che fa per arrivare in alto. Ma seguo anche la boxe maschile, per me Lomachenko è il numero uno». “Vale ciò che fai, non ciò che dici”, una delle frasi postate da Martina sulla sua pagina Instagram, è emblematica: «Voglio vincere le Olimpiadi dei grandi, ma non quelle del 2024. Punto a Tokyo tra due anni. Sarebbe bello fare festa insieme alle ragazze del volley. Anche se ero in Argentina, non ho smesso un attimo di tifare per loro. Sono forze della natura, stravedo per Paola Egonu». Dunque il sogno olimpico prima di tutto: «Non penso che passerò professionista. Vorrei entrare nel Gruppo Sportivo della Polizia. Certo però, se dall’America mi offrissero un grande contratto potrei cambiare idea...». America fa rima con riflettori, cinema, magari un reality: «Macché, non sono adatta per queste cose. Immagino un altro tipo di vita». Insomma, il futuro è legato al ring e al suo colpo migliore, il sinistro: «Sono mancina solo quando combatto. Diciamo che picchio con la sinistra e scrivo con la destra». Proprio vero. occhi verdi su uno sfondo scuro.