la Repubblica, 31 ottobre 2018
La nuova maglia della Juventus
TORINO La maglia a righe senza le righe: è l’ultima idea della Juventus. E siccome al tempo dei social nessun segreto può essere mantenuto, ecco che la possibile casacca 2019-20 riempie gli occhi un po’ attoniti dei tifosi di fronte a quei quattro scacchi bianchi e neri. Un gioco grafico, un business. Ma fino a che punto ci si può spingere? «La Juventus ha coraggio, sono stato con loro per 9 anni e li conosco». Emanuele Ostini è il “global brand manager” (pardòn) di Kappa, già sponsor tecnico bianconero. «Quando toccava a me disegnare le nuove divise, allargavo o stringevo le righe ma non le avrei mai tolte. La prima maglia è un simbolo ed esiste un confine che forse non va superato, anche se l’equilibrio tra storia e marketing, tra tradizione e creatività è sempre più complesso. Si deve innovare per forza, se non lo fai ogni anno ti guardano strano. Noi vendiamo non solo divise, ma contenuti di prodotto: il mercato pesa sempre di più e il tifoso resta comunque libero di comprare una maglia nuova ogni anno, oppure di farsi stingere addosso quella di dieci stagioni prima. Però, lo ripeto, è meglio non toccare troppo. Gli inglesi, per dire, certe cose non le farebbero mai». Se la maglia è anche una bandiera, quella del Cagliari lo è due volte: perché è il simbolo di una terra, di una storia, addirittura di una mitologia. Dunque non sorprende il successo della casacca storica riproposta un paio d’anni fa, quella con l’insuperabile bellezza dei lacci sul colletto. È la prova che il passato non è solo bello ma rende. «Quelle maglie andarono a ruba» conferma Mario Passetti, direttore generale del Cagliari. C’è chi toglie le righe e chi rimette i cordini. «La nostra politica è fare della storia una forza, non solo memoria o nostalgia. Il Cagliari è un esempio unico al mondo, siamo un’isola e il calcio ci rappresenta tutti. Ma siamo anche quelli del primo stadio con un settore dedicato ai bambini». Si può innovare senza cancellare, e non sono pochi quelli che mettono mano al portafoglio per dire che il passato piace. «Quattro anni fa ricostruimmo il logo del club partendo dai quattro Mori, e scrivemmo solo Cagliari. Punto. Partiamo da Gigi Riva per arrivare lontano. E abbiamo costruito uno stadio in 127 giorni». Tante ne abbiamo viste di esibizioni di creatività un po’ forzata. Maglie, di solito le seconde o le terze, irriconoscibili, fosforescenti o mimetiche. Stavolta, però, il drastico intervento juventino agirebbe sulla prima divisa, quella “vera” che già oggi, del resto, ha solo tre righe nere, due davanti e una dietro. Hanno coraggio, i gobbi, che si chiamano così perché la loro casacca degli anni Sessanta svolazzava in corsa e pareva appunto ingobbirsi. Altri tempi. Quelli che a Napoli visse Corrado Ferlaino: «Ma oggi piango se penso ai soldi che non potemmo incassare, visto che il marketing non esisteva». La maglia come segno intoccabile: «La nostra reca l’azzurro del cielo e del mare, sarebbe impensabile cambiarla. La Juve leva le righe? Beh, in fondo mantengono pur sempre il bianco e il nero. Il mercato governa tutto: se le televisioni avessero avuto allora il peso che hanno oggi, Maradona si sarebbe pagato da solo. Invece dovemmo sborsare fino all’ultima lira, facendo in fondo del marketing inconsapevole, avanti di trent’anni ma con zero vantaggi economici». Una bella idea grafica, però, quel Napoli l’ebbe: «Mettemmo un simbolo nuovo e diverso sulla nostra maglia color cielo. Si chiamava scudetto».