la Repubblica, 31 ottobre 2018
L’importanza delle parole senza senso
MILANO Esiste una nuova lingua che si chiama gibberish. Non ha regole, segue liberamente i suoni e l’istinto di chi la parla. Fa ridere, provate a dire «Makita ursoppo paplecene mopitopi lamacala potitopi» e ve ne renderete conto. Così fa Grazia, apprendista di gibberish, al corso milanese che vuole diffondere in tutta Italia la novità, lezioni tenute da Elisa De Meo. Che spiega: «Parlare in gibberish significa pronunciare parole prive di significato ed emettere suoni senza senso. È la lingua che usiamo da bambini, quando non sappiamo ancora parlare, ma anche da adulti quando ad esempio cantiamo in inglese inventando le parole. Io la definisco una lingua liberata da pregiudizi, dai pensieri limitanti e dall’ovvio, e anche liberatoria, perché permette di dare spazio alla creatività, di trovare soluzioni meno evidenti, lasciando che i desideri più nascosti abbiano voce». Così, alla domanda su cosa sia un ursoppo (animale rarissimo e inesistente) l’allieva Grazia risponde con la frase «Makita eccetera», e ci aggiunge anche che si tratta di un uccello che ha «piume bianche e nere». Ha un senso tutto ciò? Sì. Per Elisa De Meo «tutti noi siamo portati a esprimerci con la voce, ma utilizzare le parole ci ingabbia in sovrastrutture di preconcetti che ci condizionano». Il gibberish elimina il problema. La voce si libera, i concetti emergono per quello che sono, cioè privi dei limiti imposti dalle regole sociali. Qui va spiegato che il termine gibberish è di origine inglese, significa borbottio senza senso ed è simile al grammelot di Dario Fo. Con la differenza che questa non riproduce un suono, ma lascia libertà totale a chi la parla. Il rischio di perdersi in risate è altissimo, l’insegnante infatti deve richiamare all’ordine con un «oseia monem teche» le allieve inesperte, benché alcune abbiano già praticato lo Yoga della risata, che insegna a ridere senza una ragione specifica. Con il passare dei minuti, le autocensure del pudore e della timidezza si perdono, talvolta si nascondono dietro risate di pancia, ma si va avanti con tenacia. Ogni allieva ha una storia, una famiglia e un lavoro al quale tornerà portando qualcosa di nuovo e anche utile. Erika ha già usato il gibberish nella scuola elementare in cui insegna: «Quando riprendo i ragazzi, riesco ad avere la loro attenzione e a mantenerla». Andreina, impiegata in ospedale, pensa che il gibberish l’aiuterà a rapportarsi meglio con le donne ospiti del centro antiviolenza in cui fa volontariato. E Laura, broker assicurativa, si è iscritta perché pensa che parlare in gibberish sia liberatorio e possa farle bene. La neolingua è utile ai manager: «Lavoro molto con le aziende – spiega De Meo, tra i fondatori di Joy Revolution, un progetto collettivo che riunisce diverse metodologie di lavoro per aumentare i livelli di benessere – Serve a fare gruppo e a sviluppare nuove leadership». Gli esercizi vanno avanti anche attraverso interviste in apparenza deliranti: Federica chiede in italiano ad Andreina che cosa sia un anacoreta, lei risponde in gibberish, e Laura traduce «persona con la barba lunga». Più crescono le difficoltà, più si fa gruppo. Così l’istinto va al potere e ci si sente meglio, perciò viva l’ursoppo.