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 2018  ottobre 31 Mercoledì calendario

Biografia di Giuseppe Carboni

Corriere della Sera
Roma «E così il signor nessuno è diventato direttore del Tg1 perché seguiva il Movimento 5 Stelle». I corridoi della Rai, dopo ogni nomina, reagiscono storicamente tirando fuori il rospo. Perché il Tg1, da sempre, è il notiziario di riferimento dell’area governativa al potere. E così oggi il governo Conte, dopo complesse trattative tra Palazzo Chigi (con i vertici Di Maio-Salvini) e viale Mazzini affida a un caporedattore del Tg2, Giuseppe Carboni, privo di esperienze in area direzione, la guida della testata più importante della tv pubblica.
Qualcuno estrae dal cassetto il curriculum di Gennaro Sangiuliano, neo direttore del Tg2 in «quota» Lega-Forza Italia. Il paragone impressiona: Sangiuliano ha sulle spalle nove Anni di vicedirezione del Tg1, la direzione del quotidiano Roma, i saggi su Vladimir Putin, Hillary Clinton e Donald Trump editi da Mondadori. Una lunga abitudine alla guida delle redazioni e una solida formazione.
Carboni si ritroverà ora a guidare il tg ammiraglio Rai senza alcuna esperienza gestionale, succedendo ad Andrea Montanari, che lascia con un +5% negli ascolti nell’edizione delle 20 rispetto al Tg5.
Ma Carboni è «organico» al M5S? L’interessato nega ogni «affiliazione» e, con gli amici, in queste ore si diverte a lasciare in mano il telefonino a chiunque voglia controllare se nella sua agenda compaiono i cellulari di Luigi Di Maio o di Alessandro Di Battista. Fatto sta che la poltrona del Tg1 arriva dopo sette Anni di cronache politiche dedicate al Movimento 5 Stelle. Mai una protesta pentastellata, come avviene per tanti colleghi della Rai e della carta stampata. Mai uno scontro. Una vicenda cominciata nel 2012. In quell’anno Carboni (16 Anni di precariato Rai alle spalle dal 1979 al 1995, una lunga esperienza radiofonica a Radiotre e poi a Raistereonotte con Ernesto Assante dal 1982 al 1990, infine l’assunzione nel 1995 nella «lista dei 30» concordata tra l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, e l’allora capo del personale Pier Luigi Celli) riceve dal direttore Marcello Masi l’incarico di seguire la nuova galassia pentastellata. Lì nasce un’intesa. Forse questione di linguaggi, di uguale distanza dai partiti tradizionali (Carboni era considerato il più movimentista tra i precari, qualcuno gli affibbiò l’etichetta di «cossuttiano», che lui ha sempre negato). In sostanza il M5S «si fida» di Carboni. E scommette su di lui per il Tg1. Un «Raibaltone» che farà discutere.
Paolo Conti
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La Stampa
Tutti nomi di interni Rai. E se oggi sarà fumata bianca, in conclusione del cda convocato per le 10,30, l’ad Fabrizio Salini avrà fatto centro inviando i curricula dei direttori in pectore delle testate principali della tv pubblica: al Tg1 Giuseppe Carboni attuale caporedattore al Tg2 mentre a dirigere il Tg2 è stato indicato Gennaro Sangiuliano, vicedirettore del Tg1. Al Tg3, Giuseppina Paterniti prenderà il posto di Luca Mazzà destinato al Gr Radio. Confermato al vertice del TgR Alessandro Casarin che ha ricoperto il ruolo ad interim.
Per Giuseppe Carboni la proposta di nomina a direttore del Tg1 è arrivata nella mattinata di ieri. Una bella sorpresa che viene dal suo stato di servizio e dall’aver seguito i pentastellati dal primo vagito in poi. E se questo passaggio al vertice del Tg dell’ammiraglia Rai avesse una sua colonna sonora, per Carboni sarebbe di certo un blues dolce e suadente. Una similitudine che a lui dovrebbe suonare non estranea visto che in Rai ci era entrato occupandosi di musica per poi fare di tutto. «Vengo da una vecchia scuola, ho avuto maestri che mi hanno insegnato il rispetto per la prassi e sul campo racconto quello che vedo e le notizie certe che ho. Mai lavorato con altro».

Romano della Balduina come si dice da queste parti, quartiere borghese, è stato assunto durante la gestione Rai dei «professori» che aveva come punta di diamante Claudio Dematté nel 1995 dopo 15 anni di precariato, «C’era Pier Luigi Celli come direttore del personale e nella lista oltre a me e ad altri figurava anche Giuseppina Paterniti oggi nominata direttore del Tg3. Eravamo i precari storici»

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Poi 4 anni a RadioTre, «quando si aprì a musica e cultura giovane. Eravamo nel campo della novità assoluta, quando si andava formando il nucleo di Stereo Notte. Così quando Biagio Agnes decise di fare la stereofonia, da RadioTre sono passato a Stereo Notte dove dall’82 al ’90 grazie anche alla mia voce adatta, sono stato impegnato alla conduzione. Da lì sono passato al Tg2 e ho collaborato per anni con Roberto Amen e per Pegaso». E poi Medicina 33, Tg2 Dossier e Diogene. «È qui che mi sono aperto ad altri settori e quando sono stato assunto, fui mandato alla sede Rai di Bolzano».
E lì resta per qualche tempo, poi, tornato a Roma, dopo un passaggio al TgR va al Tg2. «Mi aspettavo di occuparmi ancora di musica, invece con mia sorpresa fui messo al politico. Il direttore era Clemente Mimun e io ero considerato un giovane anche se avevo già passato i trent’anni ma loro volevano gente nuova». Così la musica è rimasta un fatto privato: «La musica l’ascolto sempre. Ai tempi mi piaceva molto la black music, quando in Italia nessuno ne parlava. In realtà la cesura totale con quel mondo è avvenuta nel ’96. Si cambia come capita ai giocatori di calcio: è un problema di età. Ora ho tre figli e circa tremila vinili in casa». Si condanna a una seconda gavetta seria fino alla proposta di scendere in campo, a Montecitorio, come giornalista parlamentare. «Eccomi qui, dal precariato ad oggi faccio 40 anni di Rai, non posso che dirmi “prodotto aziendale”. Tanti anni al Tg2 spesi nella vita di redazione e nella vita sul campo. Oltretutto il Tg2 è duttile, capita anche di fare cronaca. In più ho sulle spalle 10 anni di line, perciò capisco come funziona la fattura di un tg che ha altre regole rispetto alla carta stampata».
La sua tipicità è anche quella di rimettersi in gioco: «Da caporedattore potevo lavorare nella mia stanza invece ho deciso di tornare in strada quando Marcello Masi mi propose di seguire Grillo e da lì mi hanno distaccato sul Movimento». Il resto è storia ancora da scrivere.
Michela Tamburrino