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 2018  ottobre 30 Martedì calendario

Becky, l’insegnante che svela le ipocrisie degli aristocratici inglesi

Rebecca «Becky» Sharp, giovane insegnante di una scuola per ragazzi di buona famiglia, viene spedita dalla direttrice nell’Hampshire per svolgere la mansione di «istitutrice» delle figlie di Sir Pitt Crawley, disprezzato e ambizioso uomo politico. Orfana e senza soldi, Becky è decisa a conquistare un proprio spazio nell’alta società, arrivando fino a Re Giorgio IV.
Vanity Fair, una serie in sette episodi, rappresenta l’ultimo esempio di adattamento del celebre romanzo La fiera delle vanità di William Thackeray, pubblicato nel 1848, uno dei capisaldi della letteratura britannica del XIX° secolo (LaF, canale 135 di Sky). Dopo diverse trasposizioni cinematografiche (la prima nel 1911, l’ultima nel 2004 per la regia di Mira Nair e con Reese Witherspoon nel ruolo di Becky) e seriali (anche uno sceneggiato Rai del 1967 con Romolo Valli), il racconto di Thackeray trova ora una nuova versione. Figlia di un pittore e di una ballerina francese, la protagonista inizia il proprio viaggio all’interno degli ambienti aristocratici inglesi.
Il contesto è quello del classico period drama in costume che ricostruisce vizi, trame e segreti dell’epoca vittoriana, dove le convenzioni si spezzano e i buoni sentimenti lasciano spesso spazio al cinismo. Sin dalle prime battute, sembra chiaro che a reggere il peso della serie sarà la brava Olivia Cooke, perfettamente a suo agio nel ruolo di Becky, espressione di un’anti-eroina costretta (o intenzionata) a fare di necessità virtù.
È attraverso il suo lucido gioco, la sua mascherata innocenza, il suo coraggioso temperamento che vediamo poco alla volta il velo dell’ipocrisia cadere e rivelare la fragilità di un mondo autoreferenziale come quello dell’alta società dell’epoca.
È intorno a lei che ruota una regia abile a indugiare sui dettagli, come già James Strong ci aveva abituato con il successo di Broadchurch.