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 2018  ottobre 30 Martedì calendario

Ryan Gosling racconta com’è recitare nei panni di Neil Armstrong

L’antiretorica ha un prezzo. Non ci si poteva aspettare da Damien Chazelle un racconto dell’allunaggio in stile Armageddon. Però non ci si può stupire che, al netto del boicottaggio evocato da Trump (perché non si vede Neil Armstrong mentre pianta la bandiera a stelle e strisce sul suolo lunare), il pubblico statunitense sia rimasto tiepido di fronte a un film che affronta la mitologia americana con stile documentaristico, mostrando le fatiche e le vittime dell’ambiziosa impresa e la precarietà di questi uomini lanciati nello spazio dentro traballanti scatole di sardine. A ciò si aggiunge la scelta di affidare il ruolo dell’eroe di First man - Il primo uomo (in sala domani) al canadese Ryan Gosling, viso gentile e carattere introverso, non fa una piega sulla questione bandiera: «Quella di Armstrong è una conquista di tutta l’umanità, non solo americana». Nei primi dieci minuti dell’incontro nasconde un po’ lo sguardo sotto le ciglia folte, poi s’accende, racconta e gesticola, il sorriso ricorda il baby divo Disney di una vita fa.

Che viaggio è stato questo film?
«Sono sempre stato attratto da personaggi e storie estreme, uno dei miei primi film era su un nazista ebreo. Non riesco a immaginare una storia più estrema di questa: quegli astronauti avevano una doppia vita, lavoravano alla frontiera delle esplorazioni spaziali e la sera portavano a casa la spazzatura. Neil e sua moglie Janet hanno sperimentato il dolore infinito della perdita di una figlia e al tempo stesso l’emozione di portare l’umanità sulla Luna».
Questi uomini viaggiavano nel cosmo dentro trabiccoli….
«Non ci rendiamo conto di quanto fosse pericoloso il loro lavoro, quanto primitiva la loro tecnologia rispetto agli standard odierni».
La grande difficoltà di questo ruolo?
«Neil era riservato, profondo, tormentato. La sfida era trovare il modo di onorare queste qualità, emblematiche della sua personalità, e allo stesso tempo aprire una finestra sulle sue emozioni affinché il pubblico potesse averne accesso».
Il rapporto con la figlioletta perduta è stato uno dei motori che ha spinto Armstrong sulla Luna.
«La questione centrale per me è quella del lutto. La figura pubblica di Armstrong è legata all’allunaggio, ma quando ho letto il libro di James R. Hansen ho capito di quanto sapessimo poco di lui. È già incredibile la sua avventura, ma il fatto che si sia confrontato con una tragedia talmente insostenibile mi ha spezzato il cuore. Per me il film è la storia di qualcuno che deve andare sulla Luna per tornare sulla Terra».
Lei da bambino non voleva fare l’astronauta?
«Io sono cresciuto in tempi molto diversi. Ero giovanissimo quando ci fu il disastro del Challenger nel 1986, non ho una memoria specifica ma la sensazione che l’esplorazione spaziale fosse legata a questo risvolto di fallimento e tristezza».
Cosa sognava di diventare da grande?
«Sono cresciuto con una madre single, volevo semplicemente un lavoro per guadagnare dei soldi, avere un senso di sicurezza. Capisco che fare l’attore può sembrare un lavoro strano per chi cerca sicurezza, ma è uno dei pochi che puoi fare anche da bambino. A 12 anni ero già un professionista. Non dico che non mi piacesse quel che facevo, ma non era il mio sogno, era un modo per assicurare un futuro a me e mia madre. Faceva la segretaria in un ambiente in cui non veniva apprezzata, è una donna intelligente che poi è tornata a studiare, ha fatto l’insegnante».
E quando si è innamorato di questo lavoro?
«Quando ho fatto The believer. Avevo 19 anni, non avevo mai neanche sognato di essere in un film così profondo e drammatico su un tema complesso. Mi vedevo a recitare nelle commedie, da ragazzino mi piacevano i film di Gianni e Pinotto. Restai scioccato dall’aver avuto il ruolo e dall’aver fatto il film. Da quel momento per me è cambiato tutto».
In molti suoi film, compreso quello da regista, ci sono ruoli femminili profondi e complessi.
Lei sostiene la lotta per la parità di ruoli e salari?
«Sono stupito che ci sia voluto tanto tempo. È vero, ho fatto tanti film con ruoli femminili indimenticabili, e quello che ho diretto era su una ragazza madre. Sono cresciuto in un clan di donne, mia madre e mia sorella, ora vivo con un clan di donne, mia moglie e le mie figlie. È frustrante guardare il modo in cui le donne devono lottare perché le loro voci e le loro storie siano raccontate».
Lei ha iniziato a fare questo lavoro perché cercava la sicurezza. Poi ha scelto ruoli rischiosi. Oggi cosa cerca?
«Voglio solo trascorrere il tempo con la mia famiglia. E scelgo i film che siano anche belle esperienze per la famiglia. Ho fatto La La land anche perché sapevo che ci sarebbe stata musica in casa, lezioni di piano. Stavolta la mia primogenita è consapevole del cosmo, delle stelle. L’altro giorno ha puntato dritto il dito sulla Luna e mi ha detto: “papà è quello il posto dove tu lavori, giusto?”».