la Repubblica, 30 ottobre 2018
Musulmana e velata, ecco Ilhan Omar. «Sarò la prima rifugiata al Congresso»
MINNEAPOLIS ( MINNESOTA) «Ti prego Gesù, fai vincere Ilhan Omar: lo so che è musulmana, ma al Congresso sarà la migliore». Carrie Abdi, 22 anni, papà etiope, mamma della Costa d’Avorio, stringe la croce sul petto. Ha appena stretto la mano alla candidata del cuore e due lacrimoni le scorrono sul viso. L’hijab grigio sul tailleur a pantaloni azzurro, Ilhan Omar, 35 anni, saluta la piccola folla che l’aspetta da Lynhall, il café nello spazio industriale di Lyndale Avenue, proprio al confine della “Piccola Mogadiscio” di Minneapolis. «Se eletta sarò la prima rifugiata a entrare al Congresso. E anche la prima somala, la prima musulmana, la prima ad indossare il velo.
Rappresento tutto quello che Donald Trump detesta. Ma nella mia corsa l’identità c’entra fino a un certo punto: sono una democratica che ama il Paese che l’ha accolta. Convinta che la buona politica può cambiare le cose. Tanto più in questo clima di odio verso fedi o colori diversi». A una settimana dal midterm Ilhan Omar sa che ogni voto conta. Il quinto distretto che spera di rappresentare è solidamente democratico, ma non sottovaluta la sfida al femminile contro la repubblicana Jennifer Zielinski.
«Minneapolis è detta P urple City non solo perché qui è nato Prince», ci spiega Robert Armstrong, ex giornalista del New York Times tornato nella città dov’è nato. «È un’isola blu, democratica, stretta in una regione rossa, repubblicana: colori che nei sobborghi si mischiano. Il risultato? È purple, viola». Karmell Mall, il mercato delle stoffe africane, è a poche centinaia di metri: ma sembra dall’altra parte del mondo. Le donne indossano il velo lungo fino alla vita. Gli uomini applaudono a distanza. «Il Paese è a un bivio. Diviso dalla retorica di Trump che usa il terrore come bandiera», attacca lei. «Mi candido proprio perché la mia storia rappresenta la contro-narrazione di quel che si dice oggi a Washington». Balkis Hassan, 30 anni, coordinatrice del Council on American-Islamic Relation, vola alto: «Per queste donne Ilhan è il corrispettivo somalo di Wonder Woman. Un modello di emancipazione per le figlie senza rinunciare all’identità culturale».
Ciclone Omar: la chiamano già “la donna dei primati”. Quando due anni fa soffiò il seggio alla veterana Phillis Khan diventando la prima somala e musulmana legislatrice in America, Time la mise in copertina. Questa settimana, lei che ha vinto le primarie democratiche con un gradimento quattro volte più alto di quello ottenuto a New York dall’altro astro nascente del partito, Alexandria Ocasio Cortez, è il volto del New York Magazine che strillaDonne e potere. Alla sua parabola è dedicato pure un film presentato al Tribeca Festival: Time for Ilhan.
Ed è proprio alla cinepresa che si racconta: «Arrivai in America a 12 anni dal mio Paese in guerra dopo quattro anni in un campo profughi in Kenya. Sapevo solo due parole: “Ciao” e “Stai zitta”. Capii subito che l’America non era quella che ci dicevano. Ma mio nonno mi spiegò che vivere in un mondo migliore vuol dire costruirlo». Proprio il nonno Abukar, che aveva studiato in Italia, le fece amare la politica, e la comunità. «Fu lei a mobilitare la Piccola Mogadiscio per bloccare le riprese della serie tv The Recruiters — continua Balkis Hassan. – Non voleva ci dipingessero come terroristi».
La sua scalata fu a lungo osteggiata in casa democratica: anche per quel velo che indossa all’indomani dell’11 settembre dopo i linciaggi contro i musulmani d’America. «Sono così fiera di mia madre», ci dice oggi Isra, 16 anni, maggiore dei suoi tre figli. «Quando sarà a Washington mi occuperò dei fratellini. Mi ha insegnato che la politica è sacrificio per gli altri».
Ecco, la politica. «La sua piattaforma va oltre l’identità che rappresenta», ci dice Norah Shapiro, regista del film. «Supporto alle madri che studiano: come lei che prima di diventare insegnante per mantenere ha fatto di tutto, dalle pulizie ai call center. E lo smantellamento dell’Ice: la polizia anti-immigrati». Perché Ilhan non dimentica di essere nata altrove: ma nemmeno di essere americana. «So che l’hijab è d’ostacolo. Ma se vincerò la mia battaglia senza rinunciarci, altre donne qui – velate, rifugiate, musulmane – oseranno la strada della politica». Se Allah, o Gesù, vorrà.