il Giornale, 30 ottobre 2018
Quanto costa il maltempo agli agricoltori?
Che ne venga troppa o troppo poca, la pioggia costa carissima agli italiani. E non è colpa del governo ladro: in questo caso semmai è tirchio, perché contro le emergenze provocate dalle alluvioni o dalla siccità dovrebbe spendere di più. Il conto per la collettività comunque è molto salato già così e nessun mago della pioggia sarebbe in grado di intervenire per ridurlo. Il clima sta cambiando e osservare che non ci sono più le stagioni di una volta è un dato di fatto, oltre che una chiacchiera da ascensore. Ondate di calore e alluvioni, inondazioni e siccità: i fenomeni meteorologici estremi sono sempre più frequenti e sorprendono un Paese che da anni denuncia invano il moltiplicarsi sul territorio dei rischi idrogeologici.
FABBISOGNO IN AUMENTO
Nella spesa provocata dalla pioggia, abbondante o scarsa che sia, non vengono annoverati soltanto i danni provocati alle abitazioni, ai centri abitati, alle strade, alle campagne e alla produzione agricola. O gli interventi per la prevenzione, o la mancata prevenzione: anche questa rappresenta un costo. Vanno conteggiati gli sprechi, come quelli degli acquedotti colabrodo che perdono mediamente il 38,2 per cento dell’acqua trasportata nelle condotte (il 47 per cento nei capoluoghi di provincia del Mezzogiorno), ma anche le quantità di acqua piovana che potrebbero essere invasate e recuperate e non lasciate defluire in mare. Oppure le perdite per il turismo di montagna nelle località che non hanno acqua sufficiente per produrre la neve artificiale da sparare sulle piste da sci, o non si sono dotate di bacini di raccolta dai quali attingere per non assottigliare troppo, e forse inutilmente, le falde idriche.
Esiste un costo per il mancato adeguamento tecnologico: in certe situazioni i sistemi di irrigazione dovrebbero essere ammodernati con le tecniche goccia a goccia, così come nel settore zootecnico andrebbero introdotte apparecchiature che consentono minori consumi d’acqua per le bestie. Nel totale va considerato anche quello che i consumatori sono costretti a spendere per approvvigionarsi di acqua in bottiglia là dove la siccità prosciuga le riserve.
E poi costa anche la mancanza di una visione d’insieme perché il fabbisogno d’acqua è destinato ad aumentare costantemente in un Paese che, con una media di 241 litri a testa al giorno, è già ora il primo consumatore d’acqua potabile in Europa. Il costo più elevato è quello provocato dalle alluvioni. Negli otto anni tra il 2010 e il 2017 frane e inondazioni hanno provocato 157 morti e costretto a evacuare 45mila persone. Secondo il rapporto «Sos acqua» di Legambiente, in questo periodo si sono verificati 64 giorni di black out per il maltempo e altrettanti giorni di fermo di metropolitane e treni urbani. Sono 7.145 (l’88 per cento) i Comuni italiani che comprendono almeno un’area classificata ad alto rischio idrogeologico con 7 milioni di persone minacciate in quanto vivono nelle zone più pericolose, l’11 per cento del territorio nazionale.
29 MILIARDI DA SPENDERE
Dal 2010 si sono verificati 340 eventi rovinosi in 198 Comuni in cui le forti piogge hanno provocato gravi danni: 94 allagamenti, 109 lesioni a infrastrutture, 9 casi di deterioramento del patrimonio storico, 52 trombe d’aria, 16 smottamenti, 46 esondazioni, 14 episodi di siccità particolarmente intensa. Sono stati dichiarati 70 stati di emergenza con stanziamenti straordinari di 11,2 miliardi di euro oltre a 8 miliardi di danni accertati.
Il fabbisogno finanziario totale previsto dal Piano nazionale di opere e interventi di riduzione del rischio idrogeologico, presentato il 10 maggio 2017 dal governo Gentiloni, ma fortemente voluto dal precedente esecutivo Renzi, è calcolato pari a 29 miliardi di euro. Il Piano elenca dettagliatamente le opere da compiere. Peccato che il 90 per cento degli interventi da eseguire non sia stato nemmeno progettato.
Ma anche la mancanza di pioggia e le ondate di calore sono una calamità. Coldiretti stima che la siccità abbia provocato perdite complessive per un miliardo di euro tra sinistri diretti e indiretti. Il Piano nazionale invasi, un megaprogetto per recuperare l’acqua piovana da reimpiegare soprattutto in agricoltura, ha una previsione di spesa di 3 miliardi di euro, molti dei quali erogati dai fondi europei di sviluppo regionale, di coesione e di sviluppo rurale.
VIETATO DISPERDERE
A regime il Piano dovrebbe portare a evitare la dispersione di 3 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno. Anche qui, tuttavia, gli interventi sono appena agli inizi. Oggi la pioggia finisce in mare e i bacini servirebbero sia come depositi di riserva sia come ambiti in cui fare defluire le precipitazioni straordinarie e dove accogliere le acque pompate per liberare i centri urbani allagati. In Italia non è diffusa l’idea che l’acqua possa essere una risorsa, o quantomeno è un concetto limitato all’uso agricolo. Invece l’acqua piovana può essere trattenuta e riutilizzata in caso di siccità prolungate.
Negli ultimi 15 anni si sono verificati quattro periodi particolarmente avari di precipitazioni: nel 2003, 2007, 2013, 2017. Una cadenza regolare, ciclica, la quale autorizza a ritenere che si tratti ormai di un evento periodico. Il costo per raccogliere la pioggia in invasi è considerevole, ma non è l’unico. La siccità colpisce naturalmente le imprese agricole, i loro addetti, la produzione, l’industria della trasformazione alimentare e in definitiva si scarica sui prezzi al consumo. Le piogge scarse aumentano il rischio di incendi nei boschi e nelle campagne.
L’aumento delle temperature non mitigato dalle precipitazioni provoca un anticipo della stagione vegetativa e richiede un maggiore approvvigionamento di acqua. Lo stress idrico e la prolungata esposizione solare danneggiano le colture. I contadini devono spendere di più per assicurare i raccolti: ormai le compagnie, oltre a coprire i danni delle grandinate, rimborsano anche le perdite dovute a vento forte, sbalzi termici, piogge eccessive, ondate di calore, alluvioni, siccità, gelo. Un autentico campionario di disastri.