la Repubblica, 30 ottobre 2018
I colpi di testa di Pavoletti
Il centravanti del Cagliari ha segnato in acrobazia contro il Chievo il quarto gol sui cinque complessivi, allungando l’elenco dei calciatori che legano il loro nome a un colpo Sembra quasi un copione: la palla che vola in alto e una testona che la scaraventa in rete. Sempre la stessa. Alle 15.15 di domenica scorsa si è ripetuto come un rito laico, una certezza acquisita: dopo la morte e le tasse, il gol di testa di Leonardo Pavoletti. Per la 17ª volta in Serie A, la 29ª negli ultimi 7 anni, ha scelto questo gesto per infilare il portiere avversario. Così ha già segnato 4 gol su 5 in questo campionato e il quaranta per cento dei propri gol in carriera. Percentuali senza precedenti in Italia, migliori persino di quelle di Luca Toni, che di testa ne ha segnati 48 in Serie A, più di chiunque altro. Se il gioco aereo fosse una disciplina olimpica, l’Italia avrebbe una medaglia d’oro: perché nel curriculum di Pavoletti non ci sono solo i colpi che restano impressi sul tabellino dell’arbitro. I 270 duelli vinti in quota da quando è a Cagliari lo dimostrano. Se la palla si alza la prende lui, a prescindere da chi lo marchi. Non è colpa sua se l’idea di De Laurentiis di portarlo al Napoli non si rivelò una grande intuizione: una torre così, nella squadra che con Sarri aveva trasformato in un capolavoro il fraseggio palla a terra, era una contraddizione in termini. Abbandonata quella maglia tattica troppo stretta per i suoi 188 centimetri, è tornato a far male librandosi in aria. Come aveva fatto sempre. La testata di Pavoletti è una ricorrenza quasi settimanale, magari tra qualche anno diventerà un marchio. Come il gol alla Del Piero, quella meravigliosa traiettoria arcuata che scagliata dal vertice dell’area passava sopra la testa di una difesa intera per morire all’incrocio dei pali. La rovesciata di Parola è diventata il simbolo delle figurine più famose del mondo, i più giovani ricorderanno però quelle di Pinilla, curiosamente pure lui una stella del Cagliari, come il Pavoloso mondo del colpitore di testa più efficace d’Italia. Specialità in cui brillano pure i difensori dell’Atalanta: difficile sia un caso se la squadra di Gasperini, da anni, ha centravanti sterili o quasi – ieri Petagna e Cornelius, oggi Zapata – ma la capacità straordinaria nel mandare in gol chi i gol dovrebbe evitarli. Palomino e Mancini fanno i centrali di difesa ma sono stati loro sabato pomeriggio ad affondare il Parma. Portando i gol dei difensori bergamaschi in cifra tonda: già 10, e lo scorso anno arrivarono fino a 16, con Masiello, il classico stopper, come si sarebbe detto una volta, capace di infilare 5 volte la porta. Nessuno in Europa ha il talento dell’Atalanta nel trasformare la difesa in offesa: Real e Hoffenheim, con 7 reti della retroguardia, impallidiscono. Curioso vedere un centrale protagonista abituale nell’area avversaria, solitamente riserva di caccia dei centravanti. Un ragazzino di vent’anni ne ha fatto oggi la propria residenza esclusiva. Dei 19 gol da professionista di Patrick Cutrone, non ce ne è nemmeno uno segnato da fuori area. E poco meno della metà, 9, li ha marcati in quei 100 metri quadri solitamente proprietà privata del portiere. L’area di porta è roba sua, da lì ha fatto male domenica alla Samp e in Europa League all’Olympiacos. E magari sorprenderà che l’eredità di una specialità simile non la raccolga da Icardi o da Higuain, ma dall’umile Paloschi. Che nell’area piccola ha trovato 21 dei suoi 59 gol, più di uno su tre. La prova che non serve essere Messi, per diventare uno specialista.