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 2018  ottobre 30 Martedì calendario

La guerra per bande all’interno dell’Arma dei carabinieri

ROMA L’avviso di conclusione indagini sul “caso Consip” consegna definitivamente l’Arma dei carabinieri al suo “annus horribilis”. Perché nelle otto pagine firmate dal procuratore Giuseppe Pignatone, dall’aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto Mario Palazzi c’è l’epitaffio di una “doppia infedeltà”, alla luce della quale anche il “caso Cucchi” viene definitivamente sottratto alla tesi “riduzionista” delle mele marce. E che ripropone intatte, nella loro urgenza e gravità, questioni che attengono al rapporto tra l’Arma e la magistratura, tra l’Arma e i cittadini, tra l’Arma e il Palazzo della Politica. Nonché la fotografia di un’Istituzione percorsa dalle convulsioni di una guerra per bande che avvelena i Comandi e gonfia la truppa di rancore, sospetto, rivalsa. Nella ricostruzione proposta dalla pubblica accusa, un comandante generale (Tullio Del Sette) e un generale di brigata (Emanuele Saltalamacchia), si ritiene per subalternità o convenienza politica, offrono a un manager di Stato informazioni coperte da segreto che devono metterlo nelle condizioni di sterilizzare un’indagine per corruzione e traffico di influenze potenzialmente in grado di coinvolgere il padre del presidente del Consiglio danneggiandone irrimediabilmente l’immagine. Per contro, e in uno scontro per bande interno al Corpo, un capitano del Noe (Gianpaolo Scafarto), oggi assessore “alla legalità” (sic) di Forza Italia in quel di Castellammare di Stabia, manomette scientemente informazioni cruciali dell’inchiesta per darle una curvatura politicamente contundente contro quegli stessi esponenti politici che il Comando ha deciso di proteggere. E nel farlo consegna quelle stesse informazioni a un quotidiano – Il Fatto – battezzato come cassa di risonanza e clava per massimizzare l’eco e il danno politico al presidente del Consiglio e a militari dell’Arma nel frattempo transitati nella nostra intelligence esterna, l’Aise (cui è stato assegnato l’ufficiale che della “fronda” interna al Corpo è il simbolo, il capitano Sergio De Caprio, “Ultimo"), perché ne facciano Dio solo sa quale uso. Scrivono i pm: «Le indagini svolte dal Noe sono state caratterizzate fin da subito da una serie gravissima di rivelazioni di notizie coperte da segreto investigativo. Ne sono stati sempre convinti gli ufficiali del Noe, perché essi stessi informavano costantemente e dettagliatamente l’allora capo di Stato maggiore, generale Gaetano Maruccia, lo hanno ammesso il presidente (Luigi Ferrara) e l’amministratore delegato di Consip (Luigi Marroni) e della circostanza esiste un riscontro oggettivo. Perché in una telefonata intercettata il 20 dicembre 2016, l’ingegner Marroni dice alla dottoressa Beneventi, capo dell’ufficio legale, di essere stato “avvertito delle indagini da quattro, cinque mesi”. È evidente che queste rivelazioni che hanno riguardato un momento essenziale dell’indagine, sia all’inizio che successivamente, ne hanno pregiudicato un esito positivo». E ancora: «La rivelazione di notizie coperte da segreto ha pregiudicato la fase delle indagini di questa procura all’indomani del trasferimento degli atti da Napoli. È iniziata il 23 dicembre 2016 con la pubblicazione sul Fatto dell’iscrizione al registro degli indagati di Del Sette, Saltalamacchia e dell’allora sottosegretario Luca Lotti ed è culminata con la diffusione, il 2 marzo 2017, dell’informativa del Noe datata 9 gennaio 2017 e riassuntiva di tutta l’attività svolta su delega della procura di Napoli. Informativa che si è peraltro rivelata inattendibile in sue parti essenziali, lì dove veniva alterato il tenore delle conversazioni intercettate e si ometteva di riferire all’autorità giudiziaria il contenuto degli accertamenti svolti». Un verminaio. In cui gli ufficiali del Noe non comunicano lo sviluppo delle indagini, come vorrebbe la legge, per via gerarchica, al comandante del loro Nucleo (il generale Pascali), ma direttamente al capo di Stato maggiore (il generale Maruccia), il quale, a sua volta, e a suo dire (e nello scetticismo dei pm, che tuttavia non hanno elementi per provare il contrario), le trattiene per sé, tacendole al comandante generale. Un verminaio a valle del quale lo stesso capitano Scafarto, a un certo punto, fantasticherà della possibilità di intercettare illegalmente lo stesso capo di Stato maggiore e il comandante generale, salvo poi adoperarsi per cancellare o comunque manomettere prove che consentano alla magistratura di ricostruire la “doppia fuga di notizie” che, verticalmente e orizzontalmente, ha ucciso l’inchiesta. Queste sono le macerie su cui è oggi seduto chi è succeduto a Tullio Del Sette, il comandante generale Giovanni Nistri. Di fronte a lui, è infatti un Paese che adesso sa che nelle caserme dell’Arma è stato possibile manipolare la verità ora per coprire le proprie responsabilità nel pestaggio di un innocente (Stefano Cucchi), ora per colpire, ovvero proteggere, un presidente del Consiglio. In entrambi i casi per far deragliare il lavoro di accertamento della verità della magistratura. Uno dei fondamenti di una democrazia che pretende di essere tale.