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 2018  ottobre 29 Lunedì calendario

L’amore visto da Gabriele Romagnoli

"Senza fine”, il nuovo libro di Gabriele Romagnoli
È difficilissimo parlare dell’amore: ci sono in agguato milioni di frasi fatte, bigliettini da cioccolatino e parolieri assatanati in cerca del prossimo ritornello di Sanremo. Quant’è irritante: un sentimento così cruciale per l’animo umano è divenuto per le masse appannaggio del marketing da San Valentino, o tutt’al più di un’enciclopedia della musica leggera. Ma non è solo per questo.
Il fatto è che l’amore è qualcosa di superiore a ogni parola che cerchiamo per circoscriverlo, in un certo senso è l’umiliazione del linguaggio umano, il momento in cui il nostro vocabolario si scopre tremendamente limitato. Ecco perché mi ha colpito il coraggio di Gabriele Romagnoli nel dedicare il suo ultimo libro proprio a un’inchiesta sull’amore. Ma quale amore? Questo è il fatto. Non facciamo a tempo a leggere le prime righe e già l’autore ha scagliato il suo dardo contro un pilastro del melodramma: basta con la tiritera nauseabonda sul primo amore che non si scorda mai, stavolta parleremo dell’ultimo amore, quello sì cruciale. È una rivoluzione copernicana: proprio come le case che scegli per viverci, è difficile che la prima sia la più giusta, ed è con le ulteriori prove che metti a segno cosa vuoi davvero.
Romagnoli ci propone dunque un catalogo umano che vuol essere in fondo un trattato sull’esperienza del vivere, su quel particolare senso di noi che si acquista inevitabilmente con il tempo, e a forza di rialzarsi. Perché in effetti è vero che l’amore viene troppo spesso descritto nella sua declinazione giovanile, quando la percezione di se stessi e della realtà è piuttosto acerba.
Insomma: Romeo e Giulietta saranno anche poetici nella loro infatuazione adolescenziale, ma se non fosse che le faide familiari fecero una mattanza ai nastri di partenza, siamo proprio certi che dopo qualche anno non si sarebbero presi per i capelli? E a quel punto chissà: forse Giulietta – con gli occhiali e i capelli grigi – si sarebbe scoperta più vicina a Mercuzio, vivendo con lui l’esperienza autentica del condividere e del condividersi. E anche Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, presi trent’anni dopo il fatidico sì, magari si sarebbero scoperti anni luce distanti, in cerca di qualcuno con cui sorridere di nuovo. Perché le alchimie dei secondi amori sono in effetti impressionanti, e splendide: Romagnoli ci racconta di una donna che nella vita amò il calciatore della Roma Odoacre Chierico e poi, con intatta sincerità, il politico Paolo Cirino Pomicino. Sono due ritratti di uomo del tutto opposti, eppure fra i due c’è il filo rosso di un’esistenza femminile pronta a rilegarli. E cosa dire del capitolo su un felliniano Barigazzi dalle frequentazioni improbabili? O di quello dedicato al padre dell’autore, intriso di una delicatezza che ritroviamo nell’idillio canuto di Alvin e Gertrud? Ogni volta che Romagnoli ci socchiude la porta di un nuovo capitolo, lo fa sempre con la grazia di non imporci di entrare: ci lascia liberi di origliare mentre il racconto entra nel vivo, e puntualmente ci troviamo con lui a chiedergli di continuare. Ed è un viaggio che ci trascina, sempre.
Anche perché a farci da guida è uno scrittore sapiente, che gioca continuamente a camuffare l’arte antica e complessa del romanzo dietro la semplicità rarefatta del reportage. C’è molto gusto del giornalismo in queste pagine: Romagnoli ci introduce in fondo nell’intimo delle sue (tante) coppie quasi sempre con l’espediente dell’intervista, salvo poi ricordarci che l’oggetto del contendere è quello scambio di reciproci segreti che Albert Einstein definiva come il fulcro dell’esperienza d’amore.
La contraddizione affascinante del libro sta tutta qui: nel suo essere un racconto sull’irraccontabile, uno sguardo aperto sull’invisibile, un discorso sull’indicibile. Senza poi scordare che l’amore è pur sempre il crocevia di ogni altra dimensione umana, e quindi trattarne diventa un pretesto per toccare infiniti altri riflessi del nostro essere: la vecchiaia, la malattia, la separazione, la guerra, il tutto suonato con un linguaggio ricco di sarcasmo, affilatissimo, mai compiaciuto, generoso di echi e suggestioni fra le più disparate, da Bruce Springsteen a Jep Gambardella, da Manhattan a Falluja, da papa Bergoglio a Philip Dick. Ma come i disegni dei mosaici, che riconosci solo allontanandoti, così terminato il libro ci si accorge di aver letto un appassionante discorso sul tempo, quel tempo che per l’uomo è tutto, e che ognuno decide preziosamente con chi dividere.
Perciò la vera regina di queste pagine è Ekaterina, la contadina cosacca che raggiunse il record di ventotto mariti, e di almeno ventitré disse soltanto: «Li ho cacciati: erano solo una perdita di tempo». Sta tutto qui, credo.