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 2018  ottobre 26 Venerdì calendario

In che modo nacquero debito pubblico e corruzione

(pagine 110 e seguenti)
...Per cercare di far fronte a questo contemporaneo propagarsi di massice rivendicazioni salariali e di lotte sociali continue e diffusissime, le quali minacciano di far corpo con la propensione alla violenza sul punto di diventare ormai endemica, la Democrazia cristiana e il Partito comunista vengono progressivamente stabilendo tra loro un’intesa di fatto (consociativismo). Tale intesa ha un duplice effetto. Da un punto di vista politico essa compatta il fronte dei partiti che sono all’origine del patto repubblicano (l’«arco costituzionale»); dal punto di vista economico-sociale amplia la sfera dei diritti di cittadinanza costruendo un generoso sistema di welfare. È precisamente la costruzione di questo welfare - non sufficientemente finanziata da entrate fiscali che registrano un’altissima incidenza dell’evasione - a portare rapidamente a un’impennata inaudita delle spese dello Stato e quindi a una vera e propria esplosione del debito pubblico. In quindici anni, dal 1974 al 1980, il debito pubblico italiano si moltiplica di oltre cinque volte, e poi, dal 1980 al 1994, passa da oltre 187 mila miliardi a oltre due milioni di miliardi (pari ad oltre il 120% del Pil). Sicché sempre in quell’anno, ultimo della Prima Repubblica, gli interessi sul debito arrivano a rappresentare circa il 25% delle spese del settore statale [2].
Nella Prima Repubblica, insomma, la politica diviene erogatrice, amministratrice e intermediaria di potenti flussi finanziari dalla natura così varia e a così tanti livelli istituzionali da sfuggire ad ogni realistica possibilità di controllo. Tanto più che, come si è già detto, il sistema politico soffre di una fisiologica, generalizzata mancanza di alternanza, la quale vale per il governo di Roma ma vale allo stesso modo anche per moltissime  regioni e comuni, che infatti specie nell’Italia centrale, vedono per mezzo secolo, a partire dall’immediato dopoguerra, l’ininterrotto governo del partito comunista.
È su questo sfondo che va collocato il problema della corruzione politica italiana. Se lo si fa, allora sembra difficile evitare una prima conclusione provvisoria: lungi dal poter essere rappresentata come un insieme sia pure imponente di distinti illeciti penali tale corruzione costituiva piuttosto un vero e proprio dato strutturale di tipo sistemico per eliminare il quale l’intervento della magistratura non appariva forse lo strumento più idoneo.

Invece, come si sa, l’unico intervento fu per l’appunto quello della magistratura, con le inchieste di Mani Pulite. Perciò da Mani Pulite dobbiamo prendere le mosse. Anche perché è proprio da lì, e anche dalle contraddizioni che si addensano intorno a quel terremoto politico-giudiziario che origina l’ascesa di Berlusconi; così com’è sempre da lì che ancora oggi trae alimento il suo ruolo politico, la sua ragion d’essere.
Ma mentre inchieste di Mani Pulite iniziano nel marzo 1992 è utile riandare a un momento precedente, assai importante per la storia della corruzione politica italiana: la legge sul finanziamento pubblico ai partiti votata nel 1974. La cui violazione, insieme ai reati connessi, fu infatti, come si sa, all’origine di gran parte dei procedimenti giudiziari destinati a produrre alla fine la distruzione del sistema politico italiano.
C’è un episodio largamente sconosciuto, collegato all’approvazione della legge sul finanaziamento pubblico ai partiti, che è stato merito di Guido Crainz aver rievocato grazie alle carte conservate all’Istituto Gramsci [3] e che ci offre indicazioni importanti. L’episodio si colloca nel periodo immediatamente precedente l’approvazione della legge, nel 1972-73: allorché, per l’appunto, la direzione del Partito comunista si riunisce più volte per decidere che posizione il partito debba prendere sulla legge in questione che si sta discutendo alla Camera.
A questa data il Pci non ha certo problemi di finanziamento. Dopo alcune saltuarie ma consistenti elargizioni di denaro da parte dell’Unione Sovietica, esso, infatti, riceve, a partire dal 1950 oltre la metà del fondo speciale annuo approvato dal Politburo del Pcus per i partiti e i movimenti stranieri amici. Inizialmente si tratta di 400 mila dollari l’anno, che alla fine del decennio sono già però diventato oltre tre milioni di dollari l’anno e alla fine degli anni Settanta circa cinque milioni (5,2 milioni nel 1972), sempre su base annua. Complessivamente, dal 1973 al 1979, secondo la documentazione sovietica esaminata da Victor Zaslavsky [4], arriva, al Pci, da Mosca, la bella somma di 32-33 milioni di dollari. Nel suo bilancio tali somme figurano sotto la voce «entrate straordinarie, ma, come nota Giorgio Amendola nella direzione del 1 febbraio 1973, «quando me ne occupavo io le “entrate straordinarie” erano al 30% ora siamo al 60%».
Insomma, nonostante i crescenti dissapori politici tra italiani e sovietici, in realtà il contributo finanziario dell’Urss è diventato per il Pci sempre più importante. Questa seduta della direzione è interessante, però, sopratutto per un’altra ragione: perché durante i suoi lavori si fa menzione per la prima volta di un elemento mai comparso fino ad allora, e ancora oggi coperto da un ambiguo silenzio.

Molte entrate straordinarie, afferma nel corso della discussione un importante dirigente, Elio Quercioli, derivano da attività malsane. Nelle amministrazioni pubbliche prendiamo soldi per far passare certe cose [corsivo nel testo]. In questi passaggi qualcuno resta con le mani sporche e qualche elemento di degenerazione poi finisce per toccare anche il nostro partito.

È un primo segnale. Nella riunione della direzione del 1° e 2 marzo 1974, che sancisce il sostegno del Pci alla legge sul finanziamento pubblico, Armando Cossutta ribadisce:

«negli ultimi anni si è creato in molte federazioni un sistema per introitare fondi che ci deve preoccupare. C’è un inquinamento nel rapporto con le nostre amministrazioni pubbliche nel quale c’è di mezzo l’organizzazione del partito, e poi ci sono dei singoli che fanno anche il loro interesse personale».

D’accordo con Cossutta si dichiara il segretario regionale dell’Emilia («c’è tutta una situazione da correggere radicalmente») e alla fine il responsabile del bilancio Guido Cappelloni conclude: «Sono molto preoccupato della capillarità della corruzione che coinvolge anche il nostro partito».
Una considerazione sembra imporsi: se anche un partito come il Pci, che poteva vantare una vasta militanza disinteressata nonché rigorosi e collaudati meccanismi di controllo sui propri organi intermedi e periferici, aveva bisogno del fiume di denaro che abbiamo visto, e doveva altreswì constatare come la corruzione avanzasse minacciosamente nelle sue file, si può immaginare quale potesse essere la situazione degli altri partiti. A cominciare dal partito di governo, la Democraia cristiana che, per il solo fatto di detenere il potere era certamente più esposto alle tentazioni e aveva più possibilità di cedervi. Pure alla Dc, peraltro, arrivavano finanziamenti dall’estero (secondo un modello - lo dico di sfuggita ma meriterebbe un lungo discorso - che obbliga a meditare sul livello a cui si è ridotta la sovranità nazionale della penisola dopo il 1945: è inutile sottolineare, infatti, come fosse la prima volta nella storia d’Italia che le principali forze politiche del paese accettassero senza batter ciglio di trovarsi in una tale condizione di dipendenza dall’estera). Dall’America giungono alla Democrazia cristiana, nel periodo 1948-68, secondo una commissione d’indagine Usa, 65 milioni di dollari (sono circa tre milioni l’anno). L’ultimo trasferimento di cui si ha notizia è quello di sei milioni di dollari deciso dal presidente Ford nel 1973 a «favore di singoli leader italiani capaci di opporsi all’avanzata del Partito comunista».
Nell’Italia della Prima repubblica, insomma, intorno all’attività politica gira molto denaro. Soprattutto perché la politica costa: giornali, sedi di partito, funzionari, feste, congressi, e soprattutto le elezioni inghiottono un mare di soldi. L’ultimo segretario amministrativo della Dc, Severino Citaristi - un piccolo industriale bresciano di specchiata moralità personale da tutti riconosciuta, ma paradossalmente detentore del record italiano delle incriminazioni per le inchieste di Mani Pulite