La Stampa, 26 ottobre 2018
Credito fragile, stretta di Bankitalia. E ora aumentano i controlli sui Btp
Qualche settimana fa, Monte dei Paschi ha incontrato a Londra una serie di investitori ipotizzando l’emissione di un bond subordinato. Le risposte ottenute hanno posizionato la potenziale emissione a un livello di rendimento «a doppia cifra», ovvero superiore al 10%. Un livello che con i tassi attuali corrisponde al riconoscimento di un rischio assai elevato. Ma Mps, grande malata del sistema bancario italiano, non è un caso isolato. Da maggio, l’unica banca italiana che si sia presentata agli investitori con una emissione di debito proprio è stata Intesa Sanpaolo, la più solida di gran lunga tra gli istituti italiani.
Il 23 agosto scorso l’istituto di Ca’ de Sass ha emesso un bond «senior», più sicuro rispetto ai subordinati, della durata di cinque anni con un rendimento del 2,125%. Il rendimento, inferiore al Btp di pari durata, è superiore di oltre 110 punti base rispetto ad una emissione decennale fatta da Intesa il 12 marzo scorso.
Quella di agosto è stata la prima - e finora unica - emissione di debito da parte di una banca italiana. Perché quello di Montepaschi - rivelato dal «Financial Times» tre giorni fa - non è un caso isolato. «Adesso, qualunque banca italiana si presentasse al mercato con un bond subordinato pagherebbe rendimenti a doppia cifra o di poco inferiori», spiega un banker. Per questo tutti gli altri istituti hanno preferito rimandare a tempi più tranquilli. È uno degli effetti del rischio-spread sulle banche italiane, che devono posticipare i propri piani di raccolta e, nel caso dei titoli subordinati, di rafforzamento del capitale. La conseguenza è che, costando di più la raccolta di denaro, costerà di più pretendere finanziamenti per le imprese o accendere nuovi mutui. «Ma il problema - spiega un banchiere d’affari - non è tanto il livello dello spread a 300 o a 400 quanto l’incertezza, la mancanza di visibilità su quello che accadrà nei prossimi mesi per la crescita, gli investimenti, i conti pubblici».
Un argomento, quello dell’incertezza e dei rischi che comporta per il sistema, che è stato affrontato anche martedì da banchieri e imprenditori presenti alla cena moscovita con il premier Giuseppe Conte.
Intanto la Banca d’Italia - su richiesta della Bce - ha richiesto alle banche italiane nelle scorse settimane un aggiornamento periodico delle posizioni in titoli di Stato, con riferimento in particolare ai titoli detenuti nei portafogli di negoziazione, che hanno impatto sul conto economico, e quelli classificati come detenuti fino a scadenza, le cui fluttuazioni non impattano nel conto economico.
In totale, sono 380 miliardi i titoli di Stato nei portafogli delle banche tricolore. La necessità di tanta attenzione è spiegata dal confronto tra salita dello spread e livello del capitale di miglior qualità delle banche principali. Il 31 marzo scorso, con lo spread a 128,4 punti, il Cet1 di Banco Bpm era all’11,5%. Il 30 giugno con lo spread a 237,7 punti il Cet1 era 10,8%. Quello di Ubi Banca è sceso nello stesso periodo da 11,64% a 11,42%. Mezzo punto di Cet1, al 12,51%, lo ha perso in tre mesi anche Unicredit. Mentre Mps è sceso da 11,70 a 10,60% e Carige era già in giugno al 9,90%, poco sopra il minimo richiesto dalla Bce del 9,63%.
Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo, e grande vecchio della finanza italiana, ha preferito svicolare ogni domanda su manovra e spread limitandosi ai grandi scenari. «Siamo di fronte a un bivio, a una sfida. Ritengo che l’Europa, se riuscisse a trovare la sua anima e lo spirito unitario da cui è stata fondata, potrebbe ancora essere la guida della civiltà moderna», ha detto durante l’apertura alle Galleria d’Italia di una mostra sul Romanticismo, dedicata al contributo italiano all’arte di un’epoca di crisi culturale e politica.
Più diretto l’altro grande vecchio, Giuseppe Guzzetti. Anticipando che durante la Giornata del risparmio, il 31 ottobre prossimo, «farò delle considerazioni sul valore del risparmio, su risparmio e politica e anche se questa situazione rischia o se non ha già creato una conseguenza negativa per i risparmiatori italiani».
Ma la giravolta del governo sul tema banche e spread, si spiega, non è frutto del caso.