Venezia è la sua 87esima, la decima dell’anno, ad aprile ha vinto a Boston con freddo, vento e pioggia. Yuki Kawauchi è un uomo in controtendenza, si allena da solo, senza sponsor.
Nel 2012 ha partecipato a 10 maratone vincendone 6, nel 2013 ad altre 11, ha il titolo di atleta di élite perché in 15 giorni è riuscito a disputare due gare con tempi di 2h 09’ e 2h 12’.
Lei è uno stakanovista della maratona, perché?
«Voglio vedere il mondo correndo, conoscere le città, come un turista. Ho scelto Venezia per questo, per girare nelle calli, e per il tiramisù. Anche se io il giorno della gara mangio riso al curry alla giapponese o spaghetti al ragù».
Si paga l’attrezzatura?
«Sì. Sono un dilettante. Prendo le ferie per gareggiare. Ogni anno spendo 1.170 euro per scarpe sportive. Lavoro nella segreteria di un liceo serale a Kuki, a nord di Tokyo, dalle 12,30 alle 21,30. Quaranta ore a settimana, mi alleno ogni giorno, di mattina corro dai 90 ai 100 minuti, la domenica affronto 30 km o vado in montagna. Non mi è permesso avere ingaggi, ma posso ritirare i premi. E dormo sette ore e mezza a notte, senza sentirmi svuotato o sfinito».
Non ha un coach.
«No, basta per carità. Ne ho avuto uno, fino alla laurea in scienze politiche, per più di dieci anni. Basta tabelle, orari, programmi. Voglio fare di testa mia e non essere più prigioniero. Da bambino mi ha allenato mia madre, Mika, ex mezzofondista, severa ed esigente: sempre un giro in più mai in meno. Per sfogarmi andavo a cantare il karaoke. Ho anche lavorato per tre anni in una catena di burger e non ho smesso di mangiarli. Anzi ora li fotografo e tengo un diario dei ristoranti».
Sogna la maratona di Tokyo 2020?
«No, non è il mio scopo».
Come no?
«Non voglio più essere ossessionato da programmi e da qualcuno che mi dica cosa fare.
Per me correre è libertà e voglio farlo a modo mio. Il mio sogno è calpestare tutta la superficie del mondo, poter dire che la terra è ruotata sotto i miei piedi. Corro anche le mezze e le ultramaratone».
Però quando non si è qualificato per Londra 2012 si è rasato.
«In Giappone usa radersi a zero quando si vuole chiedere scusa. E a me fare un brutto risultato non piace. I miei compagni di ufficio mi incoraggiano molto sul lavoro e sono dispiaciuti che io me ne vada, anzi insistono perché io non passi professionista».
Invece lei ad aprile non sarà più dilettante.
«Sì, ho preso questa decisione. Anche perché dopo aver vinto Boston ho dovuto chiamare l’ufficio per chiedere un giorno in più di permesso, visto che la conferenza-stampa dei premiati era al lunedì».
Addio libertà?
«Fossi matto. Continuo così, senza imposizioni, con il mio manager canadese che si chiama Brett Larner e che fa il giornalista».
In Giappone ha corso vestito da panda o in giacca e cravatta.
«Sì lo faccio a Kuki, nella mia città, per divertire i fans. Mi esibisco insomma, sono il panda più veloce del mondo, a volte scherzare non è male».
Crede di avere virtù genetiche?
«No. Credo di avere voglia e determinazione. Per me non esiste altro».