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 2018  ottobre 26 Venerdì calendario

«Cambio pedalata e inseguo la felicità con la lentezza»

Un uomo in bici, un vecchio campione, adesso su quella bici cerca di andare più piano che può. L’obiettivo è il record dell’ora al contrario, il luogo il velodromo di Ferrara, l’occasione il Festival del Ciclista Lento. Sembra una cosa da ridere, invece è serissima. «Perché la fretta ci ammazza, ci fa perdere il tempo e la bellezza» dice Tista, che quando correva sembrava un sofferente monaco muto, il ritratto della tristezza.
Non è più così. «Ero triste quando volevo andare veloce, ora che a 65 anni cerco la lentezza sono felice». Gianbattista Baronchelli perse un Giro d’Italia a 21 anni da Eddy Merckx per dodici secondi, era il 1974, poi un altro nel ’78 per 59” da un belga assai meno memorabile, De Muynck. Il tempo è sempre stato il suo problema: «In dodici secondi ti bevi un caffè e ne avanza ancora, di tempo intendo. Anche se nella mia carriera ho vinto una novantina di gare, si vede che arrivare secondo era un mio destino. Anche al mondiale, una volta. Pazienza».
Il Tista, Gibì per i tifosi, domani sulla pista di Ferrara giocherà molto («Ho chiesto dei cuscini per imbottire gomiti e ginocchia, così se cado da fermo non mi faccio male») ma racconterà anche una storia di saggezza. «La bici è guardare il paesaggio e le colline, è fermarsi per un panino al chiosco sulla strada o per raccogliere prugne da un ramo. Invecchiando ho imparato la lentezza, e ad accontentarmi».
Un suo amico, Guido Foddis, serissimo mattacchione, ha inventato questo Festival del Ciclista Lento (da oggi fino a domenica) che è anche scampagnata, turismo, ragionamento. Perché con la bici si può ancora partire per terre inaspettate: «Il regolamento prevede che se metto il piede in terra, poi devo ripartire da zero: non lo so mica se sarò capace».
Visto che Francesco Moser è stato l’avversario e il nemico più accanito di Baronchelli – davvero non si potevano vedere e una volta si menarono pure – e visto che Moser stabilì quel famoso record dell’ora a Città del Messico percorrendo 51 chilometri e 151 metri, il Tista ha in mente un primato che sarebbe l’esatto opposto: «Sì, 151 metri e 15 centimetri! Sarà dura. Ma lo è stato anche debuttare da professionista dopo avere vinto Giro e Tour nello stesso anno come dilettante, e mi aspettavano al varco campioni che si chiamavano Merckx, Gimondi, Bitossi, Dancelli, Motta, De Vlaeminck… Ero introverso, venivo dalla campagna, a 15 anni scappai da lì per non ammazzarmi tutta la vita chino sulla terra, eravamo nove fratelli, uno di loro, Gaetano, ha corso con me per undici anni e adesso abbiamo un negozio di biciclette ad Arzago d’Adda. Alla bici devo tutto, in sella mi faccio ancora 5 mila chilometri all’anno, è uno strumento meraviglioso che ha accompagnato il lavoro e il tempo di tanta gente semplice». La lentezza. E un bizzarro senso della sconfitta, ammesso che lo sia veramente. Anche questo insegna il tempo. «Prima ero io a corrergli dietro, adesso è lui che incalza me e intanto mi supera, scappa via. Il ciclismo lo guardo solo in tivù. Ho perso la maglia iridata dietro Hinault e quel Giro da Merckx sulle Tre Cime per una dozzina di secondi, che è come dire trenta o quaranta metri dopo 4 mila chilometri.Assurdo, vero? Ma io prendevo ogni cosa troppo seriamente, mi maceravo, soffrivo tanto e mi sbagliavo. In fondo neppure il francese Poulidor ha mai vinto il Tour, e nemmeno ha mai indossato la maglia gialla neanche per un giorno; io invece quella rosa l’ho portata per due giorni nell’86, quando per lo sport ero già un vecchietto. Poi la mia vita è cambiata quando è mancata mamma, sette anni fa, il 4 aprile 2011. Un dolore immenso ma anche un dono, la fede. Ora vado piano». Sano, e forse lontano.