Corriere della Sera, 26 ottobre 2018
Il ritorno di Rocco Schiavone, antieroe che rompe le convenzioni
Un poliziotto romano in Val d’Aosta sembra fatto apposta per rinfocolare le polemiche: fuma troppo, persino qualche spinello, parla in romanesco, si mangia le parole, non si capisce niente… Ma la serie «Rocco Schiavone» di Rai2 è fatta apposta per rompere, se non le convenzioni di genere, certamente quelle di costume (mercoledì, ore 21.20).
Il vicequestore Rocco Schiavone (interpretato da Marco Giallini) è personaggio complesso, quasi un antieroe: i suoi modi sono bruschi, la vita privata complicata (ora la collega Caterina manifesta attrazione per lui), il fantasma della moglie Marina, brutalmente assassinata, continua a tormentarlo, Aosta sembra quasi un esilio, le regole sono un optional. Ma intanto i casi li risolve e le polemiche sono messe in conto.
Nonostante il questore chiami con disprezzo i giornalisti «giornalai» e il magistrato abbia fretta di concludere le indagini. La serie è tratta dai romanzi di Antonio Manzini, che firma anche la sceneggiatura con Maurizio Careddu, la regia è di Giulio Manfredonia.
Schiavone viene chiamato a investigare sull’omicidio dei coniugi Moresi, trovati uccisi in casa e in avanzato stato di decomposizione. Il movente dell’omicidio resta oscuro poiché, malgrado i segni di effrazione su una finestra, manca solo un prezioso orologio. I sospetti si concentrano su Andrea, il figlio tossicodipendente della coppia, ma ovviamente il colpevole non è lui (niente spoiler, la serie è visibile su Rai Play).
Nella prima stagione la regia era di Michele Soavi e mi pareva più coraggiosa, tutta giocata sul contrasto del «romano in montagna». Marco Giallini è ormai un punto fermo ed è proprio grazie alla sua bravura (e alla sete di vendetta nei confronti di chi ha ucciso sua moglie) che il moralismo sottotraccia che permea queste storie passa in secondo piano.