Il Messaggero, 26 ottobre 2018
Storia di Christian Dior
È il 12 febbraio 1947. C’è l’ultima sfilata della stagione. Una folla, in avenue Montaigne, attende la prima passerella della nuova maison. La modella entra in scena con passo veloce, il movimento ondeggiante dei fianchi fa danzare una gonna plissé a corolla. Si alza così il sipario sulla rivoluzione griffata Christian Dior. È il New Look, come Carmel Snow di Harper’s Bazaar battezza il nuovo stile. E soprattutto è moda che segna il gusto, trasforma lo sguardo, racconta la storia.
L’ESORDIO
Lo stilista ha aperto la maison circa due mesi prima, il 16 dicembre 1946, ma ha le idee ben chiare. «Eravamo appena usciti da un periodo di povertà e restrizioni con l’ossessione dei razionamenti e delle tessere per l’acquisto di indumenti – scriverà Dior nella sua autobiografia – ed era naturale che il mio sogno assumesse la forma di una reazione a tutta quella parsimonia Quasi che l’Europa, stanca delle bombe, avesse bisogno dei fuochi d’artificio».
Dior fa esplodere in passerella la silhouette Corolle, «danzante, con ampie sottovesti, busto fasciato e vita sottile», e En nuit, «seno sottolineato, vita scavata, fianchi accentuati». A raccontare storia, carriera, visioni dello stilista che ha regalato alla donna il lusso della femminilità, è il volume Dior. Sfilate, prima antologia delle creazioni della griffe, appena pubblicata da L’Ippocampo, che con 632 pagine e 1100 foto, ripercorre tutte le collezioni della maison, dalle prime creazioni di Christian Dior fino alle ultime di Maria Grazia Chiuri, passando per quelle di Yves Saint Laurent, Marc Bohan, Gianfranco Ferré, John Galliano, Bill Gaytten, Raf Simons. Un viaggio nel gusto, anzi nei gusti e nei decenni a illustrare l’evoluzione dell’eleganza e dell’idea di bellezza.
LE ESPOSIZIONI
A celebrare il genio del couturier, anche due mostre. Al Denver Art Museum, dal 19 novembre al 3 marzo, Dior. From Paris to the World che, con oltre 200 abiti, nonché accessori, foto, disegni, video e materiali di archivio, documenta l’ascesa dello stilista che ha saputo costruire un impero in una decade. Al Victoria & Albert Museum di Londra, dal 2 febbraio a 14 luglio, la più grande esposizione sulla maison mai realizzata nel Regno Unito Christian Dior: Designer of Dreams con oltre 500 pezzi, tra i quali più di 200 capi di alta moda, accessori, foto e video d’archivio, oggetti personali di Dior, è arricchita da elementi che illustrano il legame tra lo stilista e la cultura inglese. Sotto i riflettori la storia scritta e, più ancora, disegnata. Basta sfogliare Dior. Sfilate per rendersi conto del segno lasciato dal couturier e delle influenze ancora attuali.
Dior si richiama all’architettura nei tagli e all’arte nelle suggestioni, non trascura effetti trompe l’oeil per donare alle donne una nuova percezione – e proiezione – di sé. Gioca con le linee – Verticale, Oblique, la sua preferita, Longue e così via – per creare nuove proporzioni e una bellezza statuaria ma morbida, imponente ma delicata. Mentre disegna la sua moda, scolpisce il corpo della donna, enfatizzando il busto, assottigliando i fianchi, facendo entrare le sue bellezze nella modernità. In dieci anni corre verso una meta che è, di fatto, la giovinezza. Di stile e sguardo. Le sue collezioni si fanno sempre più fresche, spaziando dagli abiti cinesi all’ispirazione settecentesca.
I SUCCESSORI
Alla sua morte nel 1957 gli succede Saint Laurent, ex assistente, che ha 21 anni. Le Figaro, dopo la prima sfilata, titola Yves Saint Laurent ha salvato la Francia. Mai uguale a se stesso, di ogni collezione fa «un permanente omaggio all’uomo che ha fondato la maison». Anche lui cerca una più moderna libertà, guarda a una nuova donna. Marc Bohan, dal 1961 al 1989, torna al classico Dior. Gianfranco Ferrè, fino al 96, riscopre e attualizza il New Look. Il successore John Galliano vuole nuovi simboli, dal fumetto alla geisha, fino al rave. Nel 2011, la guida passa a Bill Gaytten per un anno, poi a Raf Simons con le sue visioni moderniste. Nel 2017 a Maria Grazia Chiuri che della femminilità fa strumento di femminismo. L’eredità Dior si tramanda tra le firme. «Le donne, con il loro istinto – diceva lo stilista – hanno capito che il mio intento era non solo renderle più belle ma anche più felici».