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 2018  ottobre 20 Sabato calendario

Catalogo degli strafalcioni (dopo il caso Scurati)

Lo scrittore Antonio Scurati, nella sua formidabile biografia di Benito Mussolini (si intitola M. Il figlio del secolo, editore Bompiani), ha sbagliato la data di Caporetto, confuso Pascoli e Carducci, ha chiamato «professore» Benedetto Croce e «politologo» Antonio Gramsci, e ha cosparso poi il libro di altre inesattezze o distrazioni o refusi che hanno indotto l’implacabile professor Ernesto Galli della Loggia a dedicargli sul Corriere della Sera un’intera pagina di stroncatura, del tipo che non si vede praticamente mai (i quotidiani, assai restii a stroncare, adottano di preferenza la tattica di ignorare quello che non gli piace). Scurati ha risposto ammettendo, scusandosi, ricordando che il libro è di 848 pagine, che è stato rivisto anche da un professore di storia, e reclamando infine i diritti del romanzo sul saggio puro e semplice, argomento che gli avrebbe consentito anche di citare Stendhal, il quale sosteneva di sbagliare apposta, una o due volte, per non sembrare pedante. Un’altra pagina intera di argomentazioni, a cui Galli della Loggia ha controreplicato con una terza pagina di controdeduzioni, il che fa, a saldo, una formidabile propaganda al libro di tre pagine piene del Corriere della Sera, vale a dire l’M di Scurati a conti fatti ci ha guadagnato un bel po’ di pubblicità. Al punto che si potrebbe sospettare che certi errori macroscopici – tipo l’errata data di Caporetto – siano stati introdotti a bella posta per alimentar polemiche e creare utile rumore.
Del resto, si disse lo stesso anche del famoso «Romolo e Remolo» di Berlusconi, recordman assoluto in fatto di castronerie, ma sapiente gestore della propria pretesa ignoranza, che gli procurava ogni volta un’eco grandissima, ondate di simpatia (era assai umano, in effetti) e spazio abbondante su tv e carta stampata. E infatti proprio adesso, dopo aver acquistato il Monza, il grand’uomo ha dichiarato: «Il Milan è campione d’Europa, supercampione d’Europa e si batterà per il campionato del mondo, et Homerus aliquando dormet...», pasticciando col latino, dato che la frase – dall’Ars poetica di Orazio – sarebbe «Aliquando bonus dormitat Homerus», e la malmenò anche D’Alema, quella frase, l’anno scorso, parlando dalla tribuna agli altri antirenziani e lamentando che nel Pd il latino non si frequenta più e che infatti «Quandoquidam dormitat Homerus»... In questi giochetti il latino è pericolosissimo. Sgarbi sul Giornale ha scritto la settimana scorsa «otiam» dimenticando che «otium» è neutro, e Scalfari una trentina d’anni fa, in concorrenza con Montanelli che aveva disquisito sulla «matriciana», mise in un editoriale un terribile «simul stabunt simul cadunt» (la frase dovrebbe essere di Pio XI) che Berlusconi – di nuovo – pensò bene di far sua nel luglio del 2008 dato che l’aveva sentita addirittura da Craxi, a cui però Natta l’aveva subito corretta («si dice cadent, non cadunt»). Ma Natta era un fior di latinista, e una volta si presentò a un summit del Pci che doveva processarlo esordendo con un virgiliano «adsum qui feci», e senza far caso allo sbigottimento generale.
Con i politici, trattandosi di castronerie, la cosa è facile. Ma non dimentichiamo che cascano in fallo anche altri insospettabili. Prima di tutto proprio il ministero della Pubblica Istruzione, anche prima della non-laureata e non-diplomata Fedeli, il quale mise sul suo sito un memorabile «traccie», e a un certo esame di maturità chiese agli studenti di parlare di «una figura di donna» a cui era dedicata una poesia di Montale che si riferiva invece a un ballerino russo, e un’altra volta, in una traccia per la prova d’italiano, definì «scultura romana» la copia del greco Galata morente, e un’altra ancora, essendosi contati trenta errori in una versione di inglese, spiegò che «non si tratta di errori, ma di global english». E che dire del direttore generale di Telecom Luca Luciani, il quale, dall’alto del suo stipendio di 844 mila euro l’anno, negli stessi giorni in cui Citati lanciava un appello in difesa del punto e virgola, pretese davanti ai suoi manager che a Waterloo Napoleone avesse vinto?
E tuttavia, se si vuole andare sul sicuro, non c’è niente di meglio dei politici, i quali, come documentano vari video su internet, non sanno la radice quadrata di 81 (Damiano, Epifani), si rifiutano di rivelare l’autore dello Zibaldone (Tabacci), dicono che «m’illumino d’immenso» l’ha scritto Pascoli (Orfini) oppure che la Rivoluzione francese è del 1781 (Biancofiore), che il Muro di Berlino è caduto nel 1992 (Polverini), che nelle Due Sicilie regnavano i Savoia (Barbaro), che il primo re d’Italia è stato Umberto I (Bobba) oppure Vittorio Emanuele III (Taddei) oppure Vittorio Emanuele I (Alaimo), che la Breccia di Porta Pia è del 1946 «cioè l’anno della Liberazione» (ancora Alaimo), che il 17 marzo 1861 sono partite le Cinque giornate di Milano (Formigoni, con molta sicurezza), che la prima capitale d’Italia è stata Salerno (Cardiello), che la parola Vatileaks è latina (Bueno), eccetera eccetera. Tralasciando le perle di Di Battista: lei non mi interrompi, mi facci finire, soddisfamento, scrivino, e via strafalciando.
Resterebbe da dir qualcosa sulle perle dei giornalisti. Citiamo dal collezionista Marco Travaglio: il «pene più duro per i piromani» del Gazzettino, il «muore prima del funerale» del Carlino, il «si è spento l’uomo che si era dato fuoco» del Giornale di Sicilia, il «cinese ucciso a coltellate: è giallo» della Nazione, l’«Alcoa: Passera tenerla aperta costa» dell’Ansa e persino l’«erezione di due cappelle alla presenza del Cardinale Arcivescovo» che apparve sul settimanale della curia torinese e si riferiva, oltre tutto, a Sua Eminenza Ballestrero. Ma qui batte forse tutti proprio l’autore di questo articolo, il quale da giovane, dovendo scrivere il resoconto di una tavola rotonda televisiva, diede per 90 righe filate a Comencini il nome di Monicelli. Fu ammesso lo stesso nella nobile categoria, come si vede.
Giorgio Dell’Arti