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 2018  ottobre 20 Sabato calendario

Intervista a Pupi Avati: «Godo dell’insuccesso dei miei colleghi»

Tra Pupi Avati e la sua giovinezza c’è un grande amore che non si è mai interrotto. Una corrente di pensieri ed emozioni trasferita in tanti film, viva e prolifica, adesso più di prima perché «la vecchiaia coincide con un trasloco nell’infanzia, con la regressione e con la nostalgia. Più ti senti vicino ai titoli di coda e più pensi a quando camminavi tenuto per mano da tuo padre e da tua madre, le persone che, sicuramente, ti hanno voluto più bene di tutti». 
Sull’età e sui compleanni (il 3 novembre Pupi Avati festeggia i suoi 80 anni) è superfluo soffermarsi. Meglio parlare di «scollinamento», termine molto emiliano, in cui, spiega l’autore, «le priorità cambiano, sei meno legittimato nel pensare al futuro e guardi alla giovinezza con senso di colpa, perché senti di averla vissuta troppo frettolosamente». 
Guidato da questi stati d’animo, dalla memoria pulsante dei luoghi in cui è nato, delle «notti buie e minacciose delle campagne» di un tempo, dei preti «che dicevano messa in una lingua arcaica e venivano considerati figure intermedie tra terra e cielo», Avati ha scritto Il signor diavolo (Guanda Editore) e ne ha tratto il film omonimo - che uscirà al cinema in inverno con Alessandro Haber e Gianni Cavina - in cui, finalmente, si torna a parlare di una figura scomparsa: «Ha notato che nessuno cita più il diavolo? Non lo fa nemmeno il Papa. È stato cancellato. E invece per me, che sono stato educato in un’Italia pre-conciliare, l’archetipo della paura era il demonio».
Un’Italia molto diversa, anche dal punto di vista politico, da quella di oggi. In cui, per esempio, sono spariti i partiti di allora. Che impressione le fa?
«La Dc si radicò e acquistò potere in una fase molto primaria della cultura del nostro Paese. Penso alle semplificazioni del “don camillismo”, del cocomero spaccato in due, da una parte i democristiani, dall’altra i comunisti, all’assenza di sfumature, alla fede cieca. Quello che è venuto dopo, a iniziare dalle professioni parassitarie e dalla mania delle statistiche per guardare gli altri, ha contribuito a confondere tutto. Adesso ogni cosa è possibile. Alla scomparsa delle ideologie è seguita la prevalenza del mercato in quanto omologatore di gusti e di scelte. Quando io ero bambino esisteva il 50%, ora c’è solo il 100%, nessuno si sottrae alla dittatura di un certo modello di scarpe, di un certo tipo di programma televisivo. L’individuo fatica a trovare la propria identità. Hanno vinto l’appiattimento e l’omologazione».
Secondo lei che cos’è il male?
«Il male per il male, senza una ragione specifica, è il grande mistero della psiche umana, esiste perché io l’ho patito, perché tu l’hai patito, e non c’era nessun motivo per cui questo accadesse. Tutti ci siamo chiesti almeno una volta nella vita “perché mi è stata fatta questa cattiveria?”, “perché è successa una tragedia cosi grande?”. E anche “perché io stesso ho fatto questa cosa”?».
In questi casi, però, la fede religiosa dovrebbe essere d’aiuto.
«Infatti. In quanto volutamente credente, ritengo necessario che esista una terza figura istituzionale, ovvero Dio, a cui sia riservata la possibilità di fare giustizia. Come si può levare a una madre che ha perso il proprio figlio la speranza di incontrarlo di nuovo in un altrove?».
A lei è capitato di sentire, ma anche di fare del male?
«Tutti noi abbiamo vissuto la massima disperazione. Quanto a praticare il male, posso dire che io stesso, per esempio, godo ancora oggi dell’insuccesso dei miei colleghi. Di tutti, anche di quelli di cui non sono nemmeno capace di pronunciare il nome».
Nella sua biografia ha descritto il rapporto con Lucio Dalla. Anche di lui è stato invidioso?
«Lucio mi ha fatto capire che dovevo smettere di fare musica. Ho avuto la fortuna di “scontrarmi” con il suo talento e quindi di avere un confronto che a tanti è invece negato. Le sue canzoni dureranno anche tra 100 anni, sono classici, rimangono lì, e non importa quello che succede fuori».
Ha rimpianti?
«Alla mia età i rimpianti si accumulano. Avverti il tempo breve che ti resta, le tante cose che potevi fare e non hai fatto. So che, nel mio mestiere, avrei potuto dare di più e fare meglio, in ogni mio film vedo zone d’ombra. Sono esigente e perennemente insoddisfatto, ma queste caratteristiche mi hanno dato il carburante per andare avanti».
Le è capitato di sentirsi deluso?
«In questo lavoro le delusioni sono frequenti. Per esempio ci sono attori che hanno iniziato con me e poi, a poco a poco, li ho visti decrescere, diventare meno veri, come se vivessero delle carriere al contrario».
Qual è per lei l’età più felice della vita?
«Per me ha coinciso con i 14 anni. È stato il momento in cui ho visto il mondo a 360 gradi, in cui ho immaginato che tutto potesse accadere, in cui sono stato più me stesso che nel resto dell’intera mia vita».
Che cosa le manca?
«Prima di cominciare a girare il mio primo film ho preparato il discorso per l’Oscar. Ecco, vorrei avere la possibilità di pronunciarlo, ma nessuno me lo ha ancora chiesto».