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 2018  ottobre 20 Sabato calendario

Luc Tuymans: «Il barocco? Siamo noi»

Credevamo che il populismo, la propaganda, le contraddizioni del mondo globale fossero prodotti del contemporaneo. E invece no, ci siamo sbagliati: viviamo ancora nell’età barocca, spettatori, più che protagonisti, della vita e della sua rappresentazione. Questo vuole dimostrare Luc Tuymans, artista belga, classe 1958, ex buttafuori di locali non raccomandabili nella sua Anversa e oggi pittore dalle quotazioni che superano il milione di dollari. Da buon fiammingo e concittadino di Rubens, questo signore dall’aria dark e la risata roca di sigaretta, nutre una insana passione per l’arte barocca e la porta alle estreme conseguenze. Con la mostra Sanguine, curata nella sua città e ora, in versione extralarge, alla Fondazione Prada di Milano (fino al 25 febbraio 2019) Tuymans racconta che più o meno dal Seicento in poi non facciamo che essere soggiogati dalle immagini forti, prodotte per stupirci, meravigliarci, opprimerci a volte.

La violenza, la religione, la morte, l’estasi e il sesso ci tengono in scacco sia che li ammiriamo sulle tele che in scultura, video o nel flusso digitale. L’uomo moderno, come sosteneva già Walter Benjamin, nasce con il barocco e percorre ancora quella strada che l’artista-curatore costruisce a modo suo con un’ottantina di opere presentate insieme per analogia, saltando da un secolo all’altro. E così Caravaggio figura nella stessa sala dei genocidi rappresentati dai fratelli Jake e Dinos Chapman con i pupazzetti di plastica; il seicentesco Francisco de Zurbarán non è distante dal super pop Takashi Murakami. Mentre un ritratto di Van Dyck può essere esposto a pochi passi dal video di Pierre Huyghe, dove una scimmia mascherata da bambina si aggira tra le rovine di Fukushima.
Mr Tuymans, viviamo davvero in una nuova età barocca?
«Quella barocca è stata un’età di transizione, nell’arte e non solo. Di scoperte e di oppressioni, di accelerazioni tecniche e di inquisizioni. L’uomo stava diventando globale e gli occidentali stavano costruendo un immaginario che è ancora quello contemporaneo. Alla base del barocco c’è l’idea di scioccare, meravigliare... e che cosa fa adesso Donald Trump? E Steve Bannon? Oggi si vuole ottenere la paura, più che lo stupore barocco: siamo a un passo successivo».
Il termine propaganda nasce mentre Bernini costruisce il colonnato di San Pietro...
«Sì, quel colonnato rappresenta la Chiesa che abbraccia i suoi fedeli, che li accoglie. Ma ora, più che la propaganda, sopravvive un’altra eredità del barocco: il populismo, la ricerca della reazione facile ed emotiva del pubblico. Il populismo contemporaneo persegue la divisione: ci si salva solo se ci si isola dai propri nemici. Con la mia mostra, invece, vorrei mettere in evidenza delle connessioni. Vorrei che fosse percepita come una mostra "europea", proprio mentre l’idea di Europa è in crisi e avanza la xenofobia. La violenza dell’arte barocca con le sue teste tagliate deve metterci in guardia».
A proposito di teste tagliate, Caravaggio con "Il ragazzo morso dal ramarro" e "Davide con la testa di Golia" è il punto di riferimento della mostra.
«Caravaggio è stato il primo vero pornografo della storia. Sulle sue tele si è denudato letteralmente. Ha dato in pasto agli spettatori i suoi sentimenti, la paura, la violenza... è un personaggio barocco molto contemporaneo».
Oggi Caravaggio, tra mostre vere e virtuali, è oggetto di una vera e propria mania.
«E dire che per secoli, prima degli studi di Roberto Longhi, era stato dimenticato. È una personalità modernissima, unica rispetto al suo tempo. La sua vita breve, tra violenza e redenzione, racchiude tutti gli elementi con cui le persone possono entrare facilmente in connessione: oggi vivrebbe braccato dai paparazzi».
Come le è venuto in mente di accostarlo ai tremendi plastici dei fratelli Chapman con i soldatini nazisti?
«Per il pathos, la teatralità, la stessa attenzione che sia Caravaggio che i Chapman hanno per i dettagli. Condividono l’ossessione per gli oggetti e per la rappresentazione della fragilità umana».
Tipici dell’arte barocca sono temi in apparente opposizione tra loro: la violenza e l’estasi; il senso religioso e il sesso...
«Ecco, sono tutti elementi di cui siamo imbevuti oggi. Gli scandali sessuali continuano a essere il motore di tutto: ha presente il #MeToo?».
Il barocco ha "inventato" anche le fake news?
«La distinzione della verità è sempre stata una faccenda complicata. Ma con la Rete l’accesso immediato di tutti alle informazioni in qualunque momento rende la confusione barocca più sistematica. Non sto criticando il web: parlo di un dato di fatto».
E l’artista che ruolo gioca?
«Può mettere in campo il suo mondo di immagini, il linguaggio visivo che è per sua natura universale e che non si può domare. La macchina dell’arte intesa come mercato si sta inceppando. Il mercato isola gli artisti. C’è bisogno di un movimento nuovo, di nuovi curatori liberi da pressioni. La creatività che nasce dalla sola introspezione tornerà».
Nel 2002 lei dipinse quella che è forse la natura morta più grande della storia dell’arte (347x500 cm). Non le sembra un gesto molto barocco?
«Quell’opera nasceva dopo l’11 settembre. Ero a New York quel giorno. Il quadro rappresenta la mia difficoltà di rappresentare quelle immagini che avevo visto con i miei occhi. Forse Andy Warhol al mio posto avrebbe realizzato la serigrafia di un uomo che vola giù dal grattacielo. Per me sarebbe stato inaccettabile. Così ho dipinto una natura morta sconvolgente solo per le dimensioni. Il mio è stato un gesto megalomane, forse, ma anche il frutto di una totale impotenza».
Che cosa ha imparato facendo il buttafuori da giovane?
«Ho imparato che in una situazione ad alto potenziale di violenza il cervello è più importante della forza fisica. Siamo animali, ma è con la testa che si sopravvive. Ho imparato a guardare le persone, a capire come tipi insospettabili possano trasformarsi in mostri. So fiutare il pericolo: in un bar di Vladivostok riesco ad anticipare la rissa di 15 minuti. E a togliere il disturbo prima».