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 2018  ottobre 20 Sabato calendario

Biografia di Pietro Valdoni

Quando, il 3 Dicembre 1967, Christian Barnard eseguì il primo trapianto di cuore, il mondo cominciò a conoscere la chirurgia non solo attraverso le sue conquiste ma anche attraverso i suoi protagonisti. Così, i giornali e le televisioni americane ed europee elevarono alla notorietà nomi fino allora conosciuti solo nell’ambito medico e accademico: Denton Cooley a Huston, Norman Shumway a Stanford, Adrian Kantrowitz a New York e naturalmente Michael DeBakey, pioniere del cuore artificiale, morto centenario pochi anni fa. L’Italia, tuttavia, aveva già il suo Barnard. Un bell’uomo elegante, dal portamento austero e dai modi squisiti, con un carattere ferreo e una mano delicata. Da anni era considerato il miglior chirurgo italiano. Il suo nome era Pietro Valdoni.
Era nato a Trieste il 22 febbraio 1900. Crebbe nella severa atmosfera asburgica, e ne mantenne il rigore nella vita, nell’insegnamento e nella professione. Fu questa attitudine disciplinata che, assieme all’intelligenza e all’abilità lo portarono, giovanissimo, alle vette di una chirurgia allora dominata da anziani e gelosi baroni. A 34 anni eseguì per la prima volta una embolectomia polmonare, cioè la rimozione di un embolo occlusivo dell’arteria, fino allora incurabile e fatale. Questo, e altri interventi innovativi, gli procurarono la cattedra universitaria, prima a Cagliari, poi a Modena, a Bologna, a Firenze e infine a Roma. 
IL LEADERVi era arrivato da due anni quando gli portarono d’urgenza Palmiro Togliatti, colpito da una pistolettata di un fanatico. Probabilmente non era così grave, ma l’atmosfera dell’epoca e la notorietà del paziente fecero di Valdoni, un po’ come di Gino Bartali, una sorta di salvatore della patria. In effetti era stato lo stesso Togliatti, ancor prima di finire sotto i ferri, a invitare i suoi alla calma. Guarito, il leader comunista ringraziò il borghesissimo chirurgo con parole calorose. Fiorirono leggende, la più gustosa delle quali fu che, al momento della parcella, il cinico filomoscovita dicesse:«Ecco l’assegno, ma sono denari rubati». Al che, il gentiluomo in camice avrebbe risposto impassibile: «Grazie per il denaro, la sua provenienza non mi interessa». Ma fu un’invenzione di Montanelli. In realtà Valdoni operò gratuitamente. Se avesse accettato una retribuzione, probabilmente si sarebbe trovato dei rubli, visti i copiosi finanziamenti che all’epoca il PCI riceveva dalla Casa Madre.
Come il trapianto per Christian Barnard, l’intervento su Togliatti diede a Valdoni una fama quasi taumaturgica. Ma era un tributo meritato, perché il Professore coniugava una originalità innovativa con il rigoroso rispetto delle procedure consolidate, senza tuttavia fermarsi davanti alle soluzioni più difficili che risolveva con la genialità di scelte inconsuete. 
I suoi aiuti, che dovevano sopportarne gli orari impossibili, il controllo tirannico e i rimproveri più pungenti, accettavano questa incombente signoria con la gratitudine dovuta alla autorità della sua brillante didattica. Valdoni fece proprio il detto di Leonardo, che tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro. Assistiti dal progresso tecnologico, alcuni suoi allievi lo superarono. Lui ne sarebbe stato molto orgoglioso. 
Molti suoi pazienti erano ancora più famosi e importanti di lui. Operò alla prostata Paolo VI, e diagnosticò l’inoperabile tumore che avrebbe ucciso Giovanni XXIII. Ma curò e guarì migliaia di malati anonimi, che testimoniarono la loro gratitudine con una straordinaria partecipazione quando anche il grande chirurgo conobbe l’esperienza della malattia fatale.
LA SORTEPer ironia della sorte, Valdoni fu infatti aggredito da quel cancro che tante volte aveva rimosso dai polmoni di tanti sfortunati. Naturalmente fu il primo a farne la diagnosi e a descriverne l’evoluzione. Anni dopo Goffredo Parise avrebbe chiesto al professor Tommaseo Ponzetta, uno degli allievi più illustri del Maestro, di mostragliene uno. Preso in mano quel grumo sanguinolento, il grande scrittore disse: «Si muore per una cosa così banale!». Una frase stupenda, che ci induce a riflettere sulle nostre modeste proporzioni di precaria fragilità. Anche Pietro Valdoni ci aveva riflettuto a lungo. Sopportò la malattia con dignità e coraggio, e morì con lo stoicismo di Seneca e la speranza di un cristiano. 
In realtà non morì del tutto, perché aveva costruito una scuola di eccellenza nella ricerca e nella interventistica. Ma soprattutto aveva lasciato un’eredità di disciplina sistematica, di rigore professionale e di etica incondizionata che avrebbe costituito un contrassegno inconfondibile di chi ne aveva assorbito i princìpi. Primo fra tutti, il rispetto per il paziente e il suo dolore, calibrando la prudenza nel raccontare la verità secondo la capacità di accettarla da parte del malato, e lasciando sempre aperta, la via della speranza. Anche perché, come dice il professor Tommaseo,«alla fine il cancro fa quello che vuole».
L’ANESTESIACon la sua scuola, e il ritiro degli ultimi allievi, finì l’era della chirurgia integrale, che spaziava dall’urologia alla patologia toraco-addominale fino a quella neurologica. La specializzazione ha prodotto interventi più mirati, e il progresso straordinario dell’anestesia ha consentito operazioni lunghe e delicate anche su pazienti anziani e defedati. La stessa creazione di strumenti diagnostici telematici sempre più complessi e perfezionati ha eliminato quel rapporto di mistica soggezione che si instaurava tra medico e malato davanti alla lastra radiografica, quando dall’espressione corrucciata o sorridente del dottore si capiva la natura della sentenza. Oggi questa arriva dopo una serie estenuante di analisi e di referti, che transitano come messaggi anonimi dai laboratori ai gabinetti specialistici. 
LE DENUNCEÈ una sanità più impersonale, resa più burocratica da una medicina difensiva che comprensibilmente i medici, aggrediti da denunce penali e cause civili, attuano a fini cautelativi. Ma è anche, non dobbiamo dimenticarlo, una sanità più efficiente, che allunga la vita e ne migliora le condizioni. Pietro Valdoni sarebbe il primo ad ammetterlo, anche rimpiangendo i bei tempi andati quando l’autorevolezza del barone giustificava la tirannide verso gli assistenti e il paternalismo verso gli assistiti. In fondo i giganti come lui si caricano sulle spalle le generazioni successive, che per questo, riescono sempre a guardare, e ad arrivare, più lontano.