La Stampa, 19 ottobre 2018
Più spesa e deficit nei conti del 2019, la legge di bilancio torna al passato
Bisogna riconoscerlo. Quella del governo gialloverde è una manovra del cambiamento. L’azione di politica fiscale che è emersa dalla pubblicazione del Documento Programmatico del Bilancio (Dpb) ha degli elementi nuovi rispetto al passato.
E non solo perché riflette in modo piuttosto evidente l’intenzione di non rispettare le regole fiscali europee e di puntare a un aumento del deficit per far crescere più rapidamente l’economia italiana. Ma anche perché, al contrario del passato, la manovra è basata sull’aumento della spesa pubblica, e non sul taglio delle tasse, come strumento di stimolo. Tuttavia, in un’ottica di più lungo termine, questo «cambiamento», chiaro rispetto all’esperienza degli anni più recenti, assomiglia molto a un ritorno al passato più lontano, compreso nel ricorso a forme più plateali di condono fiscale.
Gli obiettivi
Partiamo dagli obiettivi complessivi di deficit pubblico, già definiti un paio di settimane fa nella Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef). Il deficit cresce dall’1,8 per cento al 2,4 per cento del Pil nel 2019, al 2,8 per cento nel 2020, scendendo solo leggermente, al 2,6 per cento, nel 2021 (questi ultimi due numeri non considerano le cosiddette clausole di salvaguardia, gli aumenti dell’Iva previsti per il 2020 e 2021, alla cui attivazione non credono più neppure i bambini). Questi deficit non sono elevatissimi ma comportano un’inversione della tendenza del leggero calo del deficit che aveva caratterizzato la passata legislatura. Leggero e insufficiente a mio giudizio, anche perché dovuto unicamente al risparmio sulla spesa di interessi legata alle politiche espansive della Bce. Ma ora siamo in controtendenza anche perché, al contrario di quanto fatto in passato, non si promette più di raggiungere il pareggio di bilancio nel giro dei prossimi tre anni, come richiesto dalle regole europee.
Ma non è solo questo il cambiamento. Le manovre degli ultimi anni erano state basate sul relativo contenimento della spesa pubblica e sull’utilizzo delle risorse che derivavano dalla crescita economica (siamo in crescita dal 2015 e quando il Pil cresce aumentano le entrate dello Stato) per ridurre la pressione fiscale. Ora l’ottica è diversa: la pressione fiscale resta immutata al 41,8 per cento del Pil, mentre aumenta la spesa pubblica. Al netto degli interessi, la spesa cresce nel 2019 del 3,6 per cento rispetto al 2018 (ossia di 28 miliardi). Certo, non è un valore altissimo, ma si tratta pur sempre del più forte aumento dal 2009. Parte di questo aumento era stato deciso dal governo precedente, ma la manovra aggiunge nuova spesa, e la parte del leone la fa la spesa corrente, soprattutto la quota 100 per le pensioni e il reddito di cittadinanza. La manovra prevede anche un aumento della spesa per investimenti ma questo è limitato a 3 miliardi e mezzo. Insomma, più spesa pubblica e deficit, in linea con quel maggiore statalismo che caratterizzava il contratto di governo.
L’assistenzialismo
Ma se tutto questo appare nuovo rispetto al passato più recente (anche se neanche la passata legislatura aveva brillato nel sistemare i conti pubblici), guardando più indietro nel tempo, ritroviamo in questa manovra aspetti più familiari. Ritroviamo il deficit pubblico come motore della crescita, come negli Anni 70 e 80. Ritroviamo l’accento sulla spesa pubblica e, soprattutto, sulla spesa corrente (assistenziale, verrebbe da dire). Certo cresce anche la spesa per investimenti, ma qui si poteva certo fare di più se l’obiettivo era la crescita. Come ho notato in altre occasioni, un aumento della spesa corrente che «mette soldi in tasca agli italiani» può aumentare il livello del Pil nell’anno in cui si verifica e quindi il tasso di crescita in quell’anno. Ma l’anno dopo il tasso di crescita torna a essere quello che era. Se si vuole aumentare il tasso di crescita in modo sostenuto, occorrono spese che accrescano la capacità produttiva del Paese, occorrono buoni investimenti pubblici, non spesa corrente.
C’è poi un altro aspetto della manovra che ricorda molto il passato: i condoni. Qui le cose si fanno confuse tra manine, testi inviati e non inviati, versioni multiple del decreto fiscale. Le cifre iscritte nel Dpb relative alle entrate da condoni e affini sono modeste, riflettendo probabilmente un’opportuna prudenza da parte del ministero dell’Economia e delle Finanze. Ma la portata e alcune modalità delle misure ora prese, compreso il forte sconto concesso per mettersi in regola, ricordano le più generose forme di condono che avevano caratterizzato i decenni precedenti, andando al di là delle pur criticabili misure prese nella scorsa legislatura per agevolare chi non aveva pagato le tasse (le rottamazioni delle cartelle, la «voluntary disclosure», cioè l’emersione dei capitali). Non ci si dovrà allora stupire se l’evasione fiscale resterà elevata. I ripetuti condoni non aiutano. Ricordo, in proposito, che insieme alla Nadef è stato pubblicato il rapporto della commissione Giovannini sull’evasione fiscale, in cui si stima che l’evasione continui ad attestarsi su livelli del tutto inaccettabili per un Paese avanzato: quasi 110 miliardi. Tenendo conto che il rapporto non copre tutte le tasse e i contributi, è probabile che il totale delle entrate evase sia più elevato, intorno ai 130 miliardi, un’enormità. Occorre fare tante cose per ridurre l’evasione fiscale. Ma certamente questa non calerà se, con una regolarità strabiliante, si introducono provvedimenti che premiano chi non ha pagato le tasse.