il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2018
Al Qahtani: il Bannon del Golfo e i rapporti con gli “spioni” italiani
C’è un personaggio che lega la storia di Jamal Khashoggi a Hacking Team, la società italiana che ha inventato un software in grado di spiare le persone attraverso computer e telefonini.
Il Washington Post in un articolo del 12 ottobre scrive che “nei mesi precedenti alla sua scomparsa Jamal Khashoggi disse ai suoi amici che aveva ricevuto alcune chiamate da parte di un importante funzionario che lo pressava chiedendogli di porre fine al suo auto-esilio. L’invito del funzionario includeva anche la promessa di un ritorno sicuro e persino la possibilità di un lavoro per il Principe Regnante Mohammed bin Salman, (detto MBS, ndr) sul quale Khashoggi era stato così critico con i suoi editoriali nella sezione ‘Global opinion’ del Whashington Post. Proprio quell’influente consigliere del vero numero uno del Regime Saudita era interessato a una “duratura partnership” con Hacking Team nel 2015. Non solo: un altro manager che di cognome fa Al Qahtani, anche lui arabo, ma più giovane di 10 anni, ha comprato come rappresentante di una società cipriota nel maggio 2016 una quota del 20 per cento della società che spia i telefonini e i pm.
Inoltre al Fatto risulta che Hacking Team, cioé HT srl, ha ottenuto il 15 dicembre del 2016 dal Ministero dello Sviluppo Economico italiano, allora guidato da Carlo Calenda, all’epoca in cui il Governo era ancora presieduto da Matteo Renzi, un’autorizzazione specifica per fornire il suo prodotto in Arabia Saudita. In precedenza HT Srl aveva un’autorizzazione globale concessa il 3 aprile 2015 e revocata il 31 marzo del 2016. Da quel giorno la società opera all’estero con singole autorizzazioni specifiche. Così è accaduto per l’Arabia Saudita dopo il dicembre del 2016.
Hacking Teamin realtà forniva già dal 2010 i suoi servigi alle agenzie saudite, come si vede nei documenti interni pubblicati da Wikileaks nel 2015 e poi divulgati nel febbraio scorso dal sito italiano di Motherboard in un’inchiesta dedicata all’acquisto della società italiana, strategica per le sue capacità di controllo delle nostre comunicazioni, da parte araba.
A rendere più intrigante la storia c’è la confidenza raccolta dal Fatto. Una fonte che vuole restare anonima sostiene che David Vincenzetti, 50 anni, nato a Macerata, si sarebbe convertito all’Islam. Non si farebbe chiamare più con il nome ebraico di David, almeno in Arabia, ma con quello arabo di Daud. Vincenzetti, sempre secondo la nostra fonte, è stato visto pregare rivolto alla Mecca e quando è a Roma alloggia all’hotel Parco dei Principi, proprio di fronte all’ambasciata araba.
La società Ht Srl ha sede a Milano in via Moscova ma da molti anni è nelle mire dei sauditi e in particolare del personaggio temuto da Khashoggi: Saud Al Qahtani, presidente da gennaio 2018 della Saudi Federation for Cybersecurity, programming and drones.
L’articolo del WP che lo riguarda, è titolato, “Il mistero di Khashoggi punta il faro su un funzionario saudita descritto come lo stratega del Principe Regnante”. Nell’articolo si legge “Khashoggi disse ai suoi amici che lui non credeva a quelle parole e non si fidava né dell’offerta né del funzionario che la proponeva: Saud Al Qahtani, un consigliere 40enne del Principe MBS”.
Qahtani possiede un profilo Twitter con più di 1,3 milioni di follower che fa da grancassa ai messaggi più provocatori e popolari del regime saudita soprattutto contro il rivale Qatar. Dal sito The New Arab, proprio del Qatar, è stato definito “lo Steve Bannon Saudita”. Dal suo profilo Twitter con l’hashtag #blacklist è partita la sua campagna (subito retweettata dal ministro degli Esteri saudita) contro i dissidenti. Qahtani invitava i suoi follower a indicare nomi nuovi da aggiungere alla lista.
In un altro tweet ha scritto “pensate davvero che io faccio da solo tutto questo? Di chi sono io un fedele e leale servitore?”.
Il sito ww.alaraby.co.uk ha pubblicato un ritratto dello Steve Bannon saudita nel quale si legge: “Secondo fonti saudite come il famoso dissidente Mujtahid, Qahtani si dice abbia una unità per sorvegliare i social media che produce report giornalieri sui dissidenti”.
Al Qahtani è da 15 anni al fianco del principe e amplifica le posizioni favorevoli al restringimento della libertà di parola e di stampa.
Jamal Khashoggi nei suoi articoli sul WP puntava il dito contro Al Qahtani. A febbraio lo definiva il funzionario attraverso i quale MBS controlla i media: “Negli ultimi 18 mesi – scriveva Khashoggi – la squadra che cura la comunicazione di MBS all’interno della Corte Reale, pubblicamente ha messo all’indice e quel che è peggio intimidito chiunque non fosse d’accordo. Saud Al Qahtani, il capo di questa squadra, ha una lista nera e lancia un appello ai sauditi perché aggiungano alla lista altri nomi”. Poi aggiunge: “I giornalisti come me, che propongono le loro critiche con un atteggiamento rispettoso, sono considerati più pericolosi degli oppositori più rumorosi che invece sono basati a Londra”.
Dopo la morte di Khashoggi, Saud Al Qahtani ha postato dei commenti macabri irridenti per negare di avere a che fare con la morte del giornalista. Sulle voci relative a un suo personale coinvolgimento nella scomparsa, ha scritto “Dexter del secolo” ironizzando sul personaggio della serie televisiva americana, un feroce serial killer. Qahtani è anche un poeta popolare con il nome de plume Dhari.
Al New YorK Times nel marzo scorso Jamal Khashoggi aveva detto che il consigliere di MBS guidava un esercito di troll: “Stanno creando un mondo virtuale dove l’Arabia Saudita è una superpotenza e MBS è un leader popolare”.
Il Principe regnante lo ha nominato a capo del Centro per gli Affari dell’Informazione ma non è con questa veste che si è presentato a David Vincenzetti tre anni fa. Bensì con quella di Capo del “Centro per il Monitoraggio e l’Analisi”. Il fondatore della società italiana allora era sulla cresta dell’onda. La sua azienda, nata nel 2003, grazie anche ai fondi della socia Finlombarda Sgr, era riuscita a creare e commercializzare, un software spia in grado di intrufolarsi nel telefonino o nel pc o tablet di chiunque per carpirne i segreti, le mail, le conversazioni o addirittura per registrare e filmare all’insaputa della vittima.
I Carabinieri e i pm italiani da Roma a Napoli a Milano usano questa arma contro corrotti e mafiosi. In passato la usavano anche i servizi di sicurezza italiani. Al Fatto risulta che Aise e Aisi abbiano chiuso i contratti.
Da ultimo il sistema di Hacking Team ha permesso ai pm di Roma di intercettare le conversazioni del costruttore Luca Parnasi nell’inchiesta sullo stadio della Roma. In passato era servito al pm Henry John Woodcock per intercettare Alfredo Romeo o Luigi Bisignani. I servigi del software sono offerti in via indiretta da una società che fa da fornitore ai procuratori.
Questa arma letale in passato però è stata offerta anche ai Governi stranieri, con l’autorizzazione del ministero dello Sviluppo Economico. Talvolta anche a regimi non democratici come l’Egitto o il Sudan o appunto l’Arabia Saudita. Nel 2015 la società con un contrappasso beffardo fu a sua volta hackerata e le mail dei manager finirono su Wikileaks.
Ne seguì un’indagine della Procura di Milano che non ha portato all’individuazione dei responsabili. La maggioranza di Hacking Team allora era controllata da due società di gestione: Finlombarda Gestioni Sgr, una partecipata della Regione Lombardia e Innogest Sgr. Insieme avevano il 52 per cento con una quota paritaria. Vincenzetti deteneva poco meno del 30 per cento e il resto era dei suoi soci Valeriano Bedeschi e Vittorio Levi.
Wikileaks nell’apposita sezione HackingTeam Archives, mostrò al mondo le corrispondenze con i clienti che usavano quel software spia micidiale.
Tra le e mail più interessanti c’erano proprio quelle di Saud Al Qahtani.
Il 29 giugno alle 5 e 26 scrive con una mail della Corte Reale Saudita: “Caro David, considerando la tua stimata reputazione e professionalità noi al Centro per Monitoraggio e Analisi della Corte Reale Saudita (Ufficio del Re) gradiremmo creare una cooperazione produttiva con voi e sviluppare una lunga e strategica partnership. Mi piacerebbe se tu potessi inviarmi tutta la lista completa dei servizi che la tua stimata società è in grado di offrire. Mi puoi contattare con Telegram o Threema sul mio telefonino n…. per accordarci al fine di inviare le informazioni criptate con pgp o come tu vorrai, Distinti Saluti, Sua Eccellenza Saud Al Qahtani”. Un dipendente egiziano di HT srl, coetaneo di Al Qahtani scambiò con il saudita poi mail, password e codici per mostrare l’intero armamentario di HT srl.
Non era il primo segnale di interessamento dell’Arabia rispetto alla società.
Il Fatto ha già raccontato nel 2015 che, dopo aver proposto ai nostri servizi di sicurezza un’alleanza strategica, rifiutata con una certa miopia dal nostro governo, Vincenzetti aveva intavolato una trattativa nel 2013-2014 con i sauditi per cedere a un fondo la maggioranza della società restando socio di minoranza. Poi tutto era sfumato. Nonostante nell’articolo Il Fatto segnalasse il rischio della cessione di una società simile agli arabi, successivamente però con altri soggetti e a un prezzo più basso, una quota di Ht srl è stata davvero ceduta agli arabi.
Il 4 maggio del 2016 il consiglio di amministrazione di Finlombarda Sgr si riunisce a Milano e decide di dare mandato a Francesco Gallotti di cedere a Vincenzetti la sua partecipazione del 26 per cento in Ht srl per 750 mila euro. Lo stesso farà anche Innogest Sgr e così con un milione e mezzo di euro Vincenzetti si porta a casa la maggioranza. La società era stata valutata dai soliti fondi vicini agli arabi due anni prima, prima della crisi dovuta all’uscita su Wikileaks delle sue e mail, almeno dieci volte di più.
Ancora il 29 aprile del 2016, quando si riunisce il Cda della società privata Innogest, l’amministratore delegato Claudio Giuliano comunica ai consiglieri che c’era un’opzione alternativa alla vendita a 1,5 milioni del 52 da parte delle due sgr. Innogest e Finlombarda avrebbero alternativamente potuto comprare da Vincenzetti e gli altri soci il 48 per cento in loro possesso per un milione e 380 mila euro. Invece passa la vendita.
Il 24 maggio del 2016, appena 20 giorni dopo avere comprato il 52 per cento a 1,5 milioni, Vincenzetti rivende il 20 per cento a 1 milione e 934 mila euro. Un grande affare.
Compra la Tablem Ltd di Cipro, una società creata poco prima che ha come rappresentante legale Abdullah Said S Al Qahtani, ovvero nell’atto Algahtani Abdullah Saif S., nato a Khamis Mushait (Arabia Saudita) il 1 agosto 1988”.
Al Qahtani è un cognome molto diffuso in Arabia Saudita. Non sappiamo se il capo del Centro per Monitoraggio e Analisi della Corte Reale Saudita Saud Al Qahtani di 40 anni, sia legato a Abdullah Said S Al Qahtani che poi per contro della misteriosa Tablem Ltd ha comprato la quota della società italiana.
All’assemblea dei soci di Ht Srl l’8 maggio del 2017 ha partecipato in rappresentanza di Abdullah Said S Al Qahtani un avvocato che si chiama Khalid Al-Thebity, che lavora spesso per il regime saudita e fa parte dello studio Squire Patton Boggs. Con i dati disponibili non siamo in grado di dire se l’acquisto del 20 per cento sia stato fatto nel 2016 nell’interesse del Governo Saudita. Di certo c’è che, anche grazie a un generoso finanziamento dei soci da 1,6 milioni di euro, la società è ripartita alla grande. Gli assunti sono passati da 23 del 2016 ai 31 attuali. Cresce il fatturato da 6,6 milioni del 2016 a 8,2 milioni di euro del 2017. L’utile sale dai 488 mila euro del 2017 ai 737 mila euro. Il prezzo pagato l’anno prima per la quota del 26 per cento a Finlombarda Sgr alla luce di questi dati sembra basso.
Ma l’amministratore delegato di Finlombarda Gestioni Sgr spiega così la scelta: “Gli investimenti effettuati dai nuovi soci rendono non omogeneo qualsiasi confronto tra la società attuale e quella al momento della cessione. Al momento della cessione non c’era più cassa”. Vincenzetti a inizio 2016 “ha richiesto ai soci un aumento di capitale di 5/10 milioni d euro per ‘rifare’ il software oggetto di furto ma a fronte dell’estrema incertezza dello scenario i soci finanziari non hanno dato seguito alla richiesta. Poi abbiamo cercato di vendere tramite primari advisor ma nessun acquirente ha concretizzato l’acquisto”. Di certo c’è che il giornalista Khashoggi temeva Saud Al Qahtani e non si fidava delle sue proposte di rientrare in Arabia. Il 2 ottobre alle 13 e 15 è entrato nell’ambasciata Saudita di Istanbul per ottenere un documento necessario al suo matrimonio. Si sarebbe sposato all’indomani e la sua fidanzata lo ha atteso invano.
Di certo c’è anche che Hacking Team forniva software spia alle agenzie del regime saudita ed era in rapporti dal 2015 con Saud Al Qahtani, il quale chiedeva una partnership duratura. Abbiamo chiesto a David Vincenzetti se si sia convertito e se Saud Al Qahtani sia legato al socio Tablem e a Abdullah Said Al Qahtani. Gli abbiamo chiesto se HT cooperi con il regime saudita in operazioni di spionaggio dei giornalisti ostili come Khashoggi. Vincenzetti, tramite una persona che curava i rapporti con la stampa di HT,ci ha fatto sapere solo che non si è convertito e che è ateo. Su Whatsapp ha preferito scriverci solo: “Sono all’estero non posso aiutarla”.