la Repubblica, 18 ottobre 2018
Dov’era Dante nel 1312
Dov’era Dante nel 1312? Non è un quiz da professori sadici, né accanimento biografico sul fantasma dell’Alighieri. Si tratta di una domanda aperta da una nuova pista filologica: sostiene uno studioso, Paolo Pellegrini, che un’epistola inviata da Cangrande della Scala, signore di Verona, all’imperatore Enrico VII per invitarlo a riportare la pace nel suo vasto dominio, potrebbe essere in realtà di pugno dantesco. Tratti linguistici e coincidenze tematiche porterebbero a questa conclusione. Se così fosse, «cadrebbero in un colpo solo le ipotesi – formulate forse un po’ troppo frettolosamente – che volevano Dante a Pisa o in Lunigiana tra il 1312 e il 1316». Un capitolo intero della biografia dantesca avrà bisogno di una «robusta riscrittura»? Tanto azzarda Pellegrini, persuaso che solo un lungo soggiorno veronese – dunque dal 1312 al 1320? – giustificherebbe fino in fondo l’elogio riservato a Cangrande nel XVII del Paradiso (è là che Dante esalta le «magnificenze», i «benefici» dell’amico condottiero). In attesa di eventuali conferme, è comunque lecito seguitare a interrogarsi – come fa la medievista Chiara Mercuri nelle pagine di Dante. Una vita in esilio, da oggi in libreria per Laterza – sul perché quel poeta e quel potente fossero diventati amici. Considerata – fa notare Mercuri – la disistima di Dante nei confronti del padre di Cangrande, Alberto della Scala, e tenendo presenti «i mezzi spicci e discutibili» usati dallo stesso Cangrande, come tutti i signori del Trecento, per governare. Fatto è che «Verona doveva apparire allora agli occhi di Dante, che veniva dalle contrade desertiche e appartate dell’Appennino, come una corte immensa, urbana, gravitante sull’Europa continentale». Che sia rimasto nella città veneta otto anni o solo un paio, immaginarcelo compiaciuto e altero è però, secondo Mercuri, un’illusione prospettica. Perennemente insofferente, Dante non è – come lo voleva un cronista coevo e di parte come Giovanni Villani – «presuntuoso e schifo e isdegnoso», ma «un uomo costretto a mendicare il pane, ad assicurarsi un giaciglio col suo lavoro umile di mezzo ambasciatore, di quasi dama di corte». Non è mai un gran vantaggio la vita dell’esule, ricorda Mercuri nella sua appassionata narrazione. La strada è lastricata di suppliche, preghiere, compromessi, dissimulazioni; e l’approdo è comunque la vera selva oscura. «All’esilio non ci si abitua mai. È una ferita che non smette mai di sanguinare, che non puoi mai lasciarti alle spalle».