la Repubblica, 18 ottobre 2018
Salvini candidato presidente della commissione Ue?
Di nuovo a Mosca, certo, perché io in Russia mi sento a casa. Al sicuro. Molto più che in altri paesi europei, se dobbiamo dirla tutta”. Quando alle 10,30 entra in aereo, volo di linea Az 549 per la capitale della Federazione, scatta l’applauso in cabina passeggeri. “Questa ci scommetto che non la scriverete”, dice compiaciuto Matteo Salvini rivolto al giornalista mentre prende posto in settima fila, polo blu con stellette (stavolta della Marina militare) sotto la giacca. Nella sala convegni dell’hotel Lotte lo attenderanno in 500 tra impenditori locali e italiani. “Ospite d’onore” – si legge nella brochure – dell’assemblea generale di Confidustria: lui non li deluderà, parlando da paladino occidentale della causa anti sanzioni, anticipando il premier Conte atteso qui tra sette giorni, parlando lui stesso quasi da premier.
Appena seduto in aereo lo chiama al telefono il ministro degli Esteri Moavero Milanesi, gli chiede di sentire il nuovo ministro dell’Interno francese che vuole porgergli le scuse per i blitz della Gendarmeria al confine per rilasciare immigrati. “Non ho tempo, sto decollando per Mosca, vediamo dopo...”, taglia corto il vice premier. La mano destra bloccata dal tutore, nella sinistra l’ultimo libro del giornalista di Repubblica Piero Colaprico (Il fantasma del ponte di ferro), al convegno russo attaccherà a testa basta i commissari Oettinger e Moscovici che bocciano già la manovra. Ma è nella chiacchierata in volo che il capo leghista per la prima volta ammette che sta valutando la proposta avanzatagli dagli altri sovranisti: essere il candidato presidente della Commissione Ue, lo Spitzenkandidat dell’Internazionale populista alle europee di maggio.
Bruxelles stronca ormai formalmente la vostra “manovra del cambiamento”. Per Juncker una “deviazione inaccettabile” dalle regole europee. Lei resta così tranquillo anche davanti al rischio di procedura di infrazione?
“Ancora Juncker? Barcollo ma non mollo? Ma basta, a lui non rispondo più nemmeno. Lo ha sentito l’applauso poco fa? È la migliore risposta ai burocrati di Bruxelles. E poi Oettinger, Moscovici, questi signori parlano negli ultimi giorni dal bunker assediato, sanno che tra sei mesi andranno a casa, quando anche sull’Europa soffierà il vento del cambiamento. In Italia per poco la gente non scende in piazza in giubilo per i provvedimenti che abbiamo inserito in manovra”.
Dice? Intanto con l’infrazione e il giudizio delle agenzie di rating arriveranno anche le sanzioni. E voi?
“La loro è una bocciatura preventiva. C’è un popolo di aspiranti pensionati dopo 38 e più anni di lavoro finora prigionieri della Fornero, di perseguitati dalle cartelle esattoriali, di piccole partite Iva, di giovani in cerca di lavoro che attendeva le misure che abbiamo adottato. Noi rispondiamo a 60 milioni di italiani, non a loro. La manovra non cambierà di una virgola. Ma non si permettano di inviare troike o commissari. La smettano, facciano lavorare il governo degli italiani. Mi appello al buon senso, come Draghi”.
Ha letto del sondaggio choc: solo il 44 per cento degli italiani oggi voterebbe per restare in Europa, un dato inferiore perfino agli inglesi che la Brexit l’hanno fatta davvero.
“Choc sarà per altri, non per me. Io immagino per me e per i miei figli un futuro in Europa. Ma non in questa. E se Bruxelles bocciasse davvero la manovra, la percentuale degli euroscettici salirebbe al 70 per cento. Facciano loro”.
Ormai ha messo l’elmetto. Sta pensando di guidare a maggio il “fronte della libertà”, come avete definito con Marine Le Pen la costellazione dei partiti sovranisti? Sarà il candidato populista alla presidenza della Commissione?
“È vero, amici di vari paesi europei me lo stanno chiedendo, me lo stanno proponendo. Fa piacere vedano in me un punto di riferimento per la difesa dei popoli, anche fuori dall’Italia”.
E lei che farà?
“In questo periodo tra manovra, Europa, immigrati, non ho avuto tempo e modo per valutare la proposta. Maggio è ancora lontano. Vediamo, ci penso”.
I suoi alleati sovranisti, i Paesi di Visegrad, i duri euroscettici, non è che la stiano aiutando più di tanto, sul terreno dell’immigrazione come sui conti. Strana alleanza.
“L’Italia finora ha fatto da sola, è vero. Ma qualcosa si muove da qualche tempo. Con gli amici polacchi e ungheresi ho avviato personalmente un dialogo. Stiamo lavorando. Anche sui vincoli contabili”.
Torniamo alla manovra. In Italia i 5 stelle vostri alleati sembra abbiano gradito poco il condono fiscale. Ora addirittura Di Maio dice che il testo è stato cambiato.
“Nessun trucco. Legge di bilancio e decreto fiscale sono passati in Consiglio dei ministri all’unanimità. Nessuno ha votato contro. Anche perché quello che chiamate condono, un condono non è. Piuttosto, a me non piace questa storia della sanatoria edilizia a Ischia”.
Si riferisce alla norma inserita dai 5 stelle nel decreto Genova e che sana a quanto pare anche parecchi immobili abusivi sull’isola colpita dal terremoto?
“Quella. Ho dato disposizione ai miei di opporsi a quella roba lì...”.
È venuto a Mosca a ribadire il suo no alle sanzioni europee. Chiederà al premier Conte di porre il veto italiano al rinnovo delle sanzioni quando il 13 e 14 dicembre ne discuterà il Consiglio europeo?
“Il veto è una carta jolly che non possiamo porre per tutto. Dovremmo porlo sul piano finanziario dei prossimi sette anni, sulle politiche migratorie, su quelle finanziarie, sulle sanzioni alla Russia, appunto. Ma non possiamo, diventerebbe un’arma spuntata. Una presa di posizione forte però la prenderemo, contro l’embargo che continuiamo a giudicare inutile e dannoso, per Mosca e per le aziende italiane che hanno già perso venti miliardi di euro”.
E quale sarebbe?
“Ci opporremo al progetto di Bruxelles di prorogare di fatto sine die le sanzioni a Mosca, con una sorta di rinnovo automatico. Ecco, a questo diremo un no risoluto: lo riteniamo inaccettabile”.
Siete l’unico governo di un Paese Nato filorusso e contrario alle sanzioni. Sembra che l’amministrazione di Washington non stia gradendo tanta solidarietà da parte sua e di Di Maio verso la Russia. Non la fa riflettere?
“Quel che penso sulle sanzioni è arcinoto. Ho incontrato la scorsa settimana l’ambasciatore Usa, Lew Eisenberg, al Viminale. E conto di andare a breve a Washington. Ma non cambio opinione sul tema. Lo sanno anche loro”.
Concluso il convegno nella sala gremita del Lotte e dopo un centinaio di selfie (anche qui), Salvini saluta e si allontana. Serata privata a Mosca, in agenda nessun impegno pubblico.
•••
La giornata stava volando via tutto sommato tranquilla rispetto al tour de force e alle tensioni che si sono rincorse nelle ultime settimane, quando intorno alle 20 della sera le agenzie battono l’imponderabile. Testuale: "FLASH - Manovra: Di Maio, al Quirinale testo manipolato, denuncia a procura". "Non so se è stata una manina politica o una manina tecnica, in ogni caso domattina si deposita subito una denuncia alla Procura della Repubblica perché non è possibile che vada al Quirinale un testo manipolato sulla pace fiscale", recita il testo dell’agenzia. Panico. Si rincorrono telefonate e messaggi. I 5 stelle che rispondono spiegano che probabilmente il capo politico 5 stelle si riferisce al documento che deve ancora essere spedito, qualora non arrivasse come concordato durante l’ultimo Consiglio dei ministri, qualcuno parla di errore dei giornalisti che stavano assistendo alla registrazione di Porta a Porta. Ma errore non è. È una vera è propria sindrome della manina. Perché le parole del vicepremier sono studiate. Mentre parla, i suoi social diffondono lo stesso messaggio a tamburo battente. Nero su bianco questa volta, senza possibilità di errori o fraintendimenti.
Il punto è che non esiste nessun testo. Perché al Cdm si è raggiunto un accordo politico, e il testo del decreto fiscale - un collegato alla manovra oggetto dell’attacco di Di Maio, al Colle non c’è. Prima di arrivarci deve essere bollinato dalla Ragioneria generale dello stato. Che al momento sta ancora lavorando a pieno regime. Una fonte del ministero dell’Economia spiega in tempo reale ad Huffpost: "Non so proprio a cosa si riferisca, servono ancora almeno 36-48 ore prima di avere l’articolato definitivo".
E quindi? Quindi succede che arriva una nota dell’ufficio stampa di Sergio Mattarella: "Si precisa che il testo per la firma del presidente della Repubblica non è ancora pervenuto al Quirinale". Cortocircuito. La comunicazione 5 stelle inizia a ricalibrare il tiro: "Non sarà definitivo ma una manina c’è comunque stata". Portano in studio a Di Maio - che sta continuando a registrare - la smentita quirinalizia. Il ministro corregge il tiro: "I miei uffici mi avevano detto che era stato trasmesso. Ma se non è così non serve un nuovo Cdm, basta stralciare le norme".
Qui occorre fare un passo indietro. Nel pomeriggio inizia a circolare una bozza del dl fiscale. Da prendere come tale. Però in effetti l’articolo 9 ha un testo esplosivo per i 5 stelle. Senza scendere in tecnicismi, basti dire che permetterebbe di elevare la soglia del condono dai 100mila euro previsti fino a 2,5 milioni, permettere uno scudo fiscale per i capitali esteri e infine dare un colpo di spugna al reato di riciclaggio. Effettivamente indigeribile per Di Maio. Chi è stato a modificare il testo? I suoi colonnelli tentano l’esegesi del Di Maio pensiero. Alcuni attribuiscono le responsabilità agli ormai famigerati tecnici del Mef. Ma i più puntano il dito contro la Lega. Manca poco che i pochi esponenti del Carroccio che rispondano al telefono lo sbattano in faccia ai cronisti. I vertici fanno filtrare parole durissime: "Noi siamo gente seria e non sappiamo niente di decreti truccati". E così anche lo stesso Giorgetti, uno dei principali indiziati per i 5 stele, si tira fuori. Fonti della Lega fanno notare che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, lunedì sera ha lasciato prima la riunione del Cdm in cui è stato approvato il decreto fiscale: non è rimasto fino al voto finale e non ha neanche firmato il verbale finale.
Il punto rimane che un testo non esiste. Non ufficiale almeno. Verso le 22 Palazzo Chigi corre in soccorso di Di Maio. Fonti vicine a Conte fanno sapere che il premier, informato delle criticità, ha bloccato l’invio ufficiale del testo, che era stato anticipato in via meramente informale al capo dello Stato. E che prima della missiva definitiva lo stesso presidente del Consiglio lo vorrà rivedere "articolo per articolo".
Una fonte di governo consultata da Huffpost spiega che in giornata premier e vicepremier si sono sentiti. E che lo stesso Conte, recepita la furia del capo politico M5s, abbia informato il Colle che il testo "ufficioso" che sarebbe effettivamente stato inviato per una ricognizione preliminare di cortesia era da considerarsi carta straccia.
La rabbia pentastellata nei confronti del Carroccio ha lunghe code notturne. Tanto che c’è chi, nella metà gialla del governo, non esclude affatto un altro passaggio del testo in Cdm: "A questo punto tutto può essere, non ci fidiamo più di nessuno". Anche perché l’occhio di bue acceso sul ministero dell’economia non si è affatto spento.
Per capire il clima che si respira a via XX settembre basta citare un episodio. Mercoledì mattina Alessio Villarosa, sottosegretario M5s all’Economia, viene convocato da Di Maio. Uffici in totale fibrillazione, parte una girandola di ipotesi sul fatto, che alla fine convergono su una tesi: il vicepremier vuole capire qual è la situazione al Mef e tirare le fila.
Situazione di per sé infuocata, da quando Roberto Garofoli, capo di gabinetto di Giovanni Tria, è stato ritenuto dai 5 stelle il "colpevole" di aver inserito nella decreto fiscale una norma che assegna 28 milioni l’anno per tre anni alla Croce Rossa, ente in liquidazione coatta, non concordata da nessun ministero. Scatenando una durissima reazione dei vertici 5 stelle (tra Garofoli e Di Maio non è mai corso buon sangue), che ne hanno chiesto le dimissioni. E una controreazione da parte del ministro, che ha alzato le barricate in difesa del suo uomo.
Villarosa in effetti si è sì recato al Mise, ma per discutere con il capo politico 5 stelle di una specifica situazione sui dipendenti di Poste, sollevata dal sottosegretario e di competenza del ministro. Ma in un clima di tensione assoluta, qualsiasi corda toccata basta per far sobbalzare sulla sedia gli uni o gli altri.
Anche perché il clima è tornato a surriscaldarsi dopo la nota mattutina di Francesco D’Uva. Che non è un peones qualunque, ma il capogruppo stellato alla Camera. "Il capo di gabinetto del Mef Garofoli - dice - non può non conoscere i dettagli che abbiamo richiesto". E aggiunge: "Il Ministro ha parlato di proposta ma non si è capito da chi arriva questa proposta e perché il ministro competente ed il nostro premier Giuseppe Conte non ne sapessero niente".
Dettaglio fondamentale, quest’ultimo. Perché nella difesa del suo uomo Tria aveva così parlato: ""È del tutto privo di fondamento e irrazionale l’attacco rivolto a Garofoli. La norma era sollecitata da tempo dal ministero della Salute e dal Commissario liquidatore". Il punto è l’entourage di Giulia Grillo ha spiegato alla war room stellata che di quel codicillo non sapevano nulla. Rendendo di fatto falsa la spiegazione di Tria. Così è partita la macchina della risposta ufficiale, affidata a un’autorevole fonte parlamentare, ma non allo stesso ministro, per evitare un’ennesimo scontro nell’esecutivo.
Ma era mattino. Nessuno ancora poteva immaginare che la sindrome della manina si sarebbe diffusa lungo la giornata. E che a sera sarebbe diventata una vera e propria pandemia.