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 2018  ottobre 17 Mercoledì calendario

«Quando mio padre dal set del Sorpasso fuggì al mare da me»

Esaudire la sua ultima volontà non è stato possibile: «Voleva essere imbalsamato, impagliato, e dotato della possibilità di parlare attraverso un registratore su cui aveva inciso stupidaggini con cui accogliere gli ospiti. Non abbiamo potuto farlo, in Italia la pratica è vietata». L’altro desiderio, spiega Alessandro Gassmann, è stato realizzato e, infatti, sulla tomba del padre spicca un sintetico epitaffio: «Non fu mai impallato». Scritto e diretto da Fabrizio Corallo, il documentario Sono Gassman! Vittorio Re della commedia (in cartellone alla Festa di Roma che si apre domani) affronta, con successo, l’impresa temeraria di celebrare un divo della recitazione internazionale, troppo presto scomparso e sempre, infinitamente, amato: «Il tentativo - spiega l’autore - è stato mostrare non solo un vitalissimo ed esplosivo “mattatore” sulle scene e nella vita, ma anche un uomo mite, timido, toccato da una grazie speciale e, come ha detto una volta l’editore di una sua raccolta di poesie Luca Sassella, “abitato da un angelo che aveva in odio la volgarità”». 
Un aspetto che nell’arco del film viene più volte messo in luce attraverso le voci degli amici, dei colleghi, dei registi, ma soprattutto attraverso le testimonianze degli eredi, Alessandro, Paola, Vittoria, Jacopo ed Emanuele Salce, cresciuto con sua madre Diletta e con Vittorio, che lo aveva sempre considerato un figlio, come gli altri: «Ci vogliamo molto bene - dice Paola -, ma ci siamo sempre visti poco perchè abbiamo età troppo lontane. Quello veramente bravo era nostro padre che riusciva a radunarci tutti e a farci sentire fratelli, uniti, intorno al fulcro della sua paternità».
Certo, una paternità poco convenzionale, fatta di assenze frequenti e presenze ingombranti: «Non abbiamo mai vissuto melodrammi, né abbandoni, né lacrime - osserva ancora Paola -, forse avrò avuto carenze, ma non me ne sono accorta. Oggi ho 73 anni e posso dire di aver avuto un’infanzia felice, serena. Sono passata indenne attraverso tutto». Nata dall’amore con l’attrice Nora Ricci, Paola trasformò Vittorio in un genitore giovanissimo, impreparato al nuovo impegno: «Abbiamo costruito Paola - dice Gassman in un’intervista del film -, che, insomma, è un bell’oggettino». 
Di lui la figlia riconosce le qualità di fondo: «Era ironico, mai indulgente al sentimentalismo, animato da un gran pudore. Più che con le parole, abbiamo sempre comunicato attraverso sguardi e gesti». Ma anche attraverso scelte che, spiegate oggi, fanno tenerezza: «Il sorpasso è un’opera importante, io l’ho capito solo dopo. Per me è sempre stato il film che mio padre aveva voluto girare a Castiglioncello perché io passavo lì le vacanze e così, durante le riprese, avremmo potuto vederci».
Le ombre della depressione
Nel documentario, ricco di immagini familiari inedite e di spezzoni di film storici, spiccano i commenti di Stefania Sandrelli: «Vittorio univa la struttura solida dell’attore alla fragilità e alla capacità di puntare lo sguardo sulle piccole cose». Di Fanny Ardant: «Era un timido malinconico, mi ha protetto e avrei voluto proteggerlo». Di Ricky Tognazzi: «Ho sempre visto lui e mio padre come due figure complementari, si studiavano a vicenda, erano grandi compagni di bevute, mangiate, bagordi». Di Renzo Arbore: «Ci vorranno altri cento anni per veder nascere un altro Gassman». 
Le ombre della depressione, che segnarono le ultime fasi della via del mattatore, restano, nel film, sullo sfondo, concrete e innegabili, eppure azzerate dalla potenza dei ricordi e dall’affetto dei cari. Comparse determinanti, ma non destinate a offuscare la stella di un artista geniale e di un uomo gentile: «Con il passaggio del tempo - riflette Vittoria Gassman , la figlia americana, avuta da Shelley Winters -, mio padre ha imparato ad essere meno Superman». Alla fine, aggiunge Paola «avere un padre così è stato un privilegio. Ho fatto quello che volevo fare, e lo stesso vale per tutti noi fratelli».