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 2018  ottobre 17 Mercoledì calendario

Intervista a Enrico Vanzina

«Sono stati tre mesi difficili. Per la scomparsa di Carlo, poi di Mario Spedaletti, il nostro distributore storico, e Barbara Mastroianni, la mia prima fidanzata». Enrico Vanzina sfoglia il libro (Carlo & Enrico Vanzina – Artigiani del cinema popolare di Rocco Moccagatta, presentato al festival Presente italiano), indica una foto in cui il fratello canta in marsina e cilindro: «Siamo a casa Mastroianni, io al pianoforte. Facemmo una cosa di avanspettacolo...». Suonare è stato il primo sogno. «A diciott’anni, nel ’67, ero a Cortina, innamorato di Jane, la dj del King’s Club. Mio padre (Steno, ndr) non voleva finanziarmi e guadagnai i primi soldi suonando la notte. Il Jerry Calà di Vacanze di Natale sono io. La musica è stata la mia grande passione, ma sarei stato il milletrecentesimo pianista e così ho scelto il cinema».
Una passione condivisa con suo fratello Carlo.
«Abbiamo iniziato adolescenti e condiviso la vita, sabato e domenica compresi. Ora mi sento tagliato in due. Ma ho portato avanti il nostro ultimo film,Natale a cinque stelle, tratto da una commedia inglese. Ci abbiamo lavorato due anni, il giorno prima che Carlo morisse Lucky Red e Netflix ci hanno dato il via libera. Carlo se ne è andato, ma ha affidato la regia a Marco Risi, il suo migliore amico. Abbiamo trascorso l’estate a Budapest e ogni giorno ci dicevamo "Come avrebbe fatto questa scena Carlo?". Tornato a Roma è stato difficile. Ci sono stanze del nostro ufficio che non riesco ad aprire».
Con il cinema popolare siete rimasti vicini alle persone, come i politici non hanno saputo fare.
«Infatti Natale a cinque stelle nasce dall’ossessione dei giornali di scrivere di politica: "Sembra un film dei Vanzina". Ci siamo stufati, e per la prima volta un film dei Vanzina si occupa davvero di politica. Per il libro su di noi abbiamo ripercorso i nostri film, spesso diventati culto: critici che li avevano stroncati li hanno rivalutati trovando significati che non c’erano o non cogliendone altri. Mi fa ridere, perché in fondo sapevamo di essere intellettuali anche se non ce lo dicevamo. Come Risi, Monicelli, Scola…».
È un mondo in cui siete cresciuti, bambini sulle ginocchia di Alberto Sordi.
«Siamo nati in un posto privilegiato, in questo zoccolo duro del cinema italiano – Age, Scarpelli, Maccari, Zappone, Sonego – che ha portato il paese fuori dal dopoguerra con allegria e senza tirarsela. Abbiamo cercato di traghettare quel mondo ancora oggi. Ma la commedia è cambiata, gli attori hanno voluto fare i registi e questo ha indebolito tutti. Prima c’era un senso di appartenenza, oggi ci sono clan che si odiano velatamente».
Perché il ritorno al film di Natale?
«Ne abbiamo fatti pochi eppure il pubblico ha continuato a pensare che fossimo noi. Sul set di Natale sul Nilo a Neri Parenti i turisti italiani gli chiedevano l’autografo credendolo un Vanzina. Nel 2000 abbiamo deciso di smettere: De Laurentiis ha continuato con le farse di successo ambientate a Miami, in India. Ma non erano più le fotografie dell’Italia di Sapore di mare, che ora omaggiano alla Festa di Roma, di Vacanze di Natale, Yuppies. Natale a cinque stelle è l’esempio perfetto di come raccontare l’Italia come nessun altro farà quest’anno: facendo nomi e cognomi dei politici. Uno spaccato del cinismo di ciò che è la politica oggi».
Uscirà su Netflix. Carlo aveva il rito delle telefonate alle sale per sapere gli incassi.
«Avevamo imparato da papà a non prender sul serio gli incassi, ma era divertente anche sapere quelli degli altri, capire cosa piaceva al pubblico. Netflix invece non dà dati, sono misteriosi. Ma investono. Altri produttori avevano visto il film e non lo avevano capito, loro lo hanno capito benissimo. E mi pare interessante il fatto che Carlo passa nel 2018 a un’altra vita, ma anche nell’infinito del web».
Avete fotografato la borghesia cafona negli anni Ottanta.
«C’era la voglia di divertirsi, dopo gli anni di piombo, quelli che avevano i soldi ma non sapevano essere ricchi. Una borghesia che andava verso l’apparire più che l’essere. Li abbiamo raccontati senza moralismo, le commedie ideologiche sono arrivate dopo. Non eravamo, come scriveva certa critica di sinistra, i cantori del craxismo, delle tv private, del berlusconismo. Li prendevamo per il culo, raccontando anche il lato simpatico. Papà diceva che quell’Italia non muore mai, e infatti non è morta. In questo momento in Europa, in Germania, in Francia ci sono segnali di razzismo e nazionalismo. Gli italiani anche in questo sono alla Totò, le discussioni sul debito pubblico sembrano quelle tra Totò e Nino Taranto.
E meno male che non sono cattivi veramente, o sarebbero guai. Non mi fanno paura, mi fanno ridere e verranno forse seppelliti da una risata».
La vita è ancora una cosa meravigliosa?
«Sì. Due mesi prima della morte: io e Carlo siamo in ufficio a scrivere questo film. Carlo viene da me, mi tocca i capelli: "Tranquillo, ho avuto una vita meravigliosa". È vero che l’abbiamo avuta. Ho imparato da mio padre. La sua salvezza è che usciva dai film di Totò e andava a villa Borghese a leggere Proust. O a vedere la Roma. È più importante la vita del cinema».