La Stampa, 17 ottobre 2018
Il Club di Roma di Aurelio Peccei e l’impossibile crescita illimitata
C’è un «prima», e c’è un «dopo». Dopo quel fatidico 7 aprile 1968, quando nella Villa della Farnesina a Roma, sede dell’Accademia dei Lincei, 30 scienziati, economisti e imprenditori europei si riunirono per dar vita al Club di Roma, il modo in cui percepiamo il mondo è cambiato in modo rivoluzionario. Addio magnifiche sorti e progressive, addio illusioni di crescita infinita di pil, consumi e ricchezza. Per primo, infatti, il Club di Roma – a partire dal celeberrimo primo rapporto su «I limiti dello sviluppo», pubblicato nel 1972, ancora oggi il libro ambientalista più diffuso nel mondo – ha affermato una semplice ma dirompente verità: non ci può essere crescita illimitata in un pianeta limitato.
Un concetto che è il caposaldo della moderna idea di sostenibilità, che sta (ancora in modo troppo lento, purtroppo) cambiando il modo di vivere e produrre sul pianeta Terra. Allora era una tesi eversiva, insopportabile per l’establishment. Una intuizione che è un primato poco conosciuto tutto italiano: fu proprio un nostro connazionale, l’imprenditore ed economista Aurelio Peccei, insieme allo scienziato scozzese Alexander King ad aggregare il team di pensatori, e poi a collaborare con il gruppo di giovani ricercatori del Massachusetts Institute of Technology guidato da Jay Forrester, che stavano lavorando al primo modello dinamico computerizzato in grado di prendere in esame gli scenari futuri su aumento della popolazione, disponibilità di cibo, riserve e consumi di materie prime, sviluppo industriale e inquinamento. Da questa collaborazione nasce il primo, esplosivo, rapporto del Club di Roma, «I limiti dello sviluppo». Che chiariva in modo inequivocabile che, se la crescita fosse proseguita ininterrotta mantenendo lo stesso ritmo, l’esaurimento delle risorse e un gravissimo inquinamento avrebbero condotto al collasso il sistema mondiale entro il 2070. L’alternativa: puntare a una condizione di «equilibrio globale», ovvero di stabilità ecologica ed economica.
«Mio padre Aurelio – ricorda Roberto Peccei, membro onorario del Club di Roma – è stato uno dei grandi innovatori del ’900. La sua visione del futuro come un insieme globale e interconnesso è stata un’idea assolutamente lungimirante». Sulla stessa linea Catia Bastioli, ad di Novamont e presidente di Terna: «Il Club di Roma è un’eccellenza del mondo, dobbiamo ringraziare un italiano visionario che ha compreso decenni fa il rapporto tra il limite delle risorse e l’accelerazione dei problemi ambientali. I rapporti del Club che si sono susseguiti hanno previsto esattamente quello che sarebbe successo».
E oggi? A cinquanta anni dalla sua nascita, le idee e l’approccio innovativo e «olistico» del Club di Roma – una piattaforma che aggrega circa 3000 persone, tra studiosi, ricercatori, economisti, pensatori – sono più che mai necessarie. A maggior ragione in un’era di tensioni sociali, politiche, economiche, e di gravissimi rischi ambientali. «Il ruolo del Club oggi – spiega Jorgen Randers, lo scienziato che fa parte del think tank sin dagli inizi – è di rimanere una fonte credibile e autorevole di discussione globale, che mantiene una visione a lungo termine, evitando di focalizzarsi su problemi puntuali e mantenendo una visione globale e sistemica».
Nel 1968 gli esseri umani erano 3,5 miliardi; oggi sono 7,6 miliardi, il 117% in più in mezzo secolo. Le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera sono aumentare da 322 a 403 parti per milione, gli abitanti delle città sono passati da 1,3 miliardi a 4. Allora l’umanità consumava le risorse rinnovabili di una Terra, e oggi ci servono quelle che potrebbero essere prodotte da 1,7 pianeti, intaccando le riserve naturali del pianeta.
Una situazione esaminata nel nuovo rapporto del Club di Roma, dal titolo Come on! «Stiamo andando a sbattere», avvertono gli autori, von Weizsäcker e Wijkman. Le teorie economiche nate nel periodo del «mondo vuoto» – ovvero il ‘700, quando c’era poca popolazione, poche città e grandi spazi di «conquista» – stanno uccidendo il «mondo pieno» in cui viviamo, dove tre quarti delle terre emerse del pianeta hanno un’evidente impronta umana. La prima minaccia è senza dubbio quella climatica. Per non oltrepassare il limite di aumento massimo di 2 gradi le emissioni di anidride carbonica dell’economia globale devono essere ridotte di almeno il 6,2% all’anno. Per restare nella soglia di 1,5 gradi la riduzione dovrebbe essere intorno al 10%. Nel 2017 invece le emissioni serra globali sono tornate a crescere dell’1,4%, e sono scese in media solo dello 0,9% tra il 2000 e il 2013.
In altre parole, dice il Club di Roma, il mondo è ancora incamminato su un percorso pericolosissimo. Il rapporto propone quello che viene chiamato un «Nuovo Illuminismo»: non determinista, non razionalista, ma un pensiero che spinga all’azione di conservazione della specie umana. Tempo per rimediare c’è ancora, ma per il Club di Roma un punto va chiarito: il mercato da solo non risolverà il problema del «piano di emergenza» che serve all’umanità.